varie, 23 febbraio 2009
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Ehrman Riccardo
• Firenze 4 novembre 1929. Giornalista • « Quel giorno, il 9 novembre del 1989, Riccardo Ehrman era un po’ nervoso. La conferenza stampa del capo del Politbüro, Guenther Schabowski, era convocata per il tardo pomeriggio, alla sede della stampa estera di Berlino. Ma il corrispondente dell’Ansa era reduce da una strana telefonata. Gli era arrivata da un collega della principale agenzia di stampa della Germania dell’est, un certo Poetschke, che era anche membro del comitato centrale del partito comunista. Poetschke gli aveva detto, qualche giorno prima, con tono misterioso, ”chiedi dei permessi per viaggiare”. Ehrman stava vivendo da vicino i riflessi della perestrojka di Gorbaciov oltre la ”cortina di ferro”. Era stato testimone privilegiato, proprio in quelle settimane, della ”rivoluzione pacifica” che stava sconvolgendo tutta la Rdt, cominciata a Lipsia. Nella città di Leibniz i manifestanti erano scesi in piazza per la prima volta a ottobre per chiedere più democrazia e libertà, senza sanguinose conseguenze: decine di migliaia di persone avevano sfilato per le vie della città senza subire la consueta, durissima repressione. Le manifestazioni avevano contagiato poi tutte le principali città della Germania orientale. Ed Ehrman, quel freddo 9 novembre berlinese, intuì che alla conferenza stampa degli alti papaveri della Sed, del partito unico del regime di Erich Honecker, non poteva mancare. Il giornalista italiano arrivò alla Moehrenstrasse, nel cuore della città, poco prima delle sei di pomeriggio. La sala della stampa estera era gremita, non c’era spazio neanche per uno spillo. Trafelato, dopo un’affannosa ricerca di un posto, Ehrman si sedette ai piedi del podio, su un gradino. Dopo quasi un’ora di conferenza stampa, di noiosissima prosa in burocratese e di risposte vuote ai giornalisti in sala, Schabowski finalmente concesse un’ultima domanda all’italiano rannicchiato proprio sotto di lui. Ehrman si stava sbracciando da un quarto d’ora. Finalmente, alle 18,53, poté formulare la sua domanda. Andò subito al sodo: ”lei ha parlato di errori. Non crede che la legge sui permessi per viaggiare che avete promulgato pochi giorni fa sia stato un grosso errore?”. Effettivamente, le nuove leggi del regime erano di fatto ”vecchie”, talmente restrittive da risultare una presa in giro. Piene di ostacoli burocratici e di cavilli, cancellavano ancora una volta ogni speranza per i tedeschi dell’est di poter viaggiare in occidente. Ma quando l’italiano finì la domanda, Schabowski era interdetto. Al giornalista quello che tutti già consideravano l’erede di Honecker confessò, molti anni dopo: ”tu mi hai dato il Stichwort, la parola d’ordine”. Ma in quel momento, racconta lo stesso Ehrmann [...] quella era ”una domanda ardita, perché troppo diretta, soprattutto rivolta ad uno dei capi del partito”. Quel giorno Schabowski rispose al corrispondente dell’Ansa tergiversando parecchio. Poi, il colpo di scena: frugò nelle tasche, tirò fuori un bigliettino e annunciò, ma ancora a braccio, un nuovo regolamento che consentiva ”a tutti i cittadini della Rdt di andare all’estero attraverso i punti di frontiera della Rdt”. Poco dopo, abbassò gli occhi e lesse il bigliettino che gli aveva preparato il famigerato capo dei servizi segreti, il numero uno della Stasi, Erich Mielke. Era scritto in orrendo burocratese, ma la sostanza era che i nuovi permessi consentivano ai cittadini dell’est di oltrepassare la frontiera ”senza presupposti”. Era la libertà. Mancava però un dettaglio. Fondamentale. Ehrman urlò: ”a partire da quando?”. Schabowski esitò, ma la risposta fu netta: ”a quanto mi risulta, da subito”. Il giornalista schizzò in piedi, si precipitò come un pazzo fuori dalla sala, raggiunse un telefono per primo. Prima dei colleghi, pensò soddisfatto. Ma con la cornetta già in mano il corrispondente dell’Ansa si girò e si rese conto di essere completamente da solo. Gli altri colleghi erano rimasti in sala stampa. Non avevano capito. Accanto a lui in realtà c’era un altra persona, un uomo altrettanto agitato. Faceva però un altro mestiere, era il rappresentante della diplomazia tedesca dell’ovest, Eberhard Grasshoff. ”Pensi sia vero?”, gli chiese Ehrman. ”Difficile da credere”, gli rispose il diplomatico occidentale. Ma il giornalista era già in linea con Roma. La frase da dettare era secca, semplice: ”è caduto il Muro di Berlino”. A quel punto successe una cosa incredibile: a Roma, al quartier generale dell’Ansa, sulle prime, non gli credettero. Qualche collega gli diede del pazzo. In realtà anche la Cia, che teneva tutti i telefoni sotto controllo, intercettò quella telefonata di Ehrman e non la prese sul serio. Fu lo stesso giornalista a venirlo a sapere, molto tempo dopo: ”ho conosciuto poi un americano che in quegli anni era il capo della Cia - racconta - gli fu comunicato subito il contenuto di quella telefonata. Ebbene, lui invitò il funzionario che gli aveva fatto quella comunicazione a guardare fuori dalla finestra. Il Muro c’era ancora? E allora era un falso allarme”. Morale: il corrispondente fu costretto ad aspettare che uscisse la Reuters, che fece con un cautissimo dispaccio su ”nuove facilitazioni di viaggio”, per dare il suo con la dovuta enfasi. ”Uscimmo comunque 41 minuti prima degli altri”, precisa orgoglioso. Un’eternità. Mentre Ehrman dettava la notizia più importante degli ultimi vent’anni, fuori era già il caos. Il giornalista non lo sapeva, ma la conferenza stampa era stata trasmessa in diretta tv. Raggiunse ignaro la stazione più vicina, Friedrichstrasse, rimase scioccato. Una marea di gente, una coda interminabile di persone si snodava lentamente verso ovest. E i soldati di frontiera non sapevano cosa fare, attendevano ordini, inebetiti. Uno degli ufficiali riconobbe Ehrman, non per la conferenza stampa, ma perché il cronista abitava a Berlino Est (allora la Rdt consentiva di fare ai giornalisti stranieri di fare i corrispondenti soltanto se abitavano nella parte orientale) e passava ogni giorno da lì, dalla stazione. ”Lei sa che succede?”, gli chiese, con gli occhi sgranati, Ehrman rise, ”Li lasci passare tutti”, esclamò ridendo. A quel punto una persona, tra la folla, riconobbe il cronista che aveva fatto la domanda del secolo; ”è lui!”, urlò. Ehrman venne sollevato da decine di braccia e portato in trionfo per la stazione. Negli stessi minuti, qualche metro più in là, le gru cominciarono a buttare giù i primi varchi nel muro, cominciarono a sanare la più dolorosa ferita della Germania del dopoguerra. Nelle settimane, anzi, nei mesi successivi, ”non cambiò molto, apparentemente”, a Berlino Est, racconta Ehrman. Il regime fece anche in tempo a cacciare Schabowski per quella risposta incauta a una domanda incauta. Ma il corso della storia era irreversibilmente cambiato e il cambiamento spazzò via Honecker, Mielke e uno Stato in bancarotta. A Lipsia, la perla del Settecento, la città simbolo della ”rivoluzione pacifica” che preparò le picconate del 9 novembre, pochi mesi dopo cominciarono a comparire scritte ovunque, sugli squadrati palazzi e sugli edifici scrostati in centro: ”Spekulantenschweine”, maiali speculatori. In quei mesi il corrispondente dell’Ansa fu sguinzagliato in giro per Berlino a fare inchieste sulla ”liberazione”. Ai tedeschi dell’est il governo della Repubblica federale regalò 100 marchi occidentali. Cosa facevano gli ex cittadini del paese comunista in occidente? Ehrman scoprì che la tappa più ambita erano i sexy shop. Un giorno, all’uscita di uno di essi, il cronista italiano intervistò una ragazzina bionda, giovanissima. ”Cosa ha visto?”, chiese. ”Cose terribili”, gli rispose lei. Oggi Ehrman vive a Madrid. Di quel memorabile 9 novembre [...] dice che gli ricorda una frase di Oscar Wilde. Quella che dice che la vita è un brutto quarto d’ora con qualche buon momento: ”indubbiamente quel giorno è stato un buon momento”, chiosa, ridacchiando. In Germania è ancora molto festeggiato: a ottobre del 2008 è diventato cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania. [...] Ehrman parla fluentemente quattro lingue ed è nato nel 1929 da una famiglia ebrea emigrata dalla Polonia che ”per fortuna emigrò in Italia, altrimenti sarebbe stata sterminata nei campi di concentramento come il resto della famiglia”. La sua casa madrilena è piena di ricordi berlinesi, c’è anche la foto della ”sua” conferenza stampa. E se qualcuno gli dice che ha fatto la storia, lui si schernisce. Qualche anno fa, fu proprio il grande cancelliere della Riunificazione, Helmut Kohl, a dire al giornalista: ”Noi due sì che abbiamo fatto qualcosa per unificare la Germania”. Qualcosa, non la storia, puntualizza Ehrman. ”Perché la storia, l’hanno fatta Gorbaciov e Kohl. A me la storia ha semplicemente regalato il mio buon momento”» (Tonia Mastrobuoni, ”Il Riformista” 22/2/2009).