Mario Sechi, Panorama 14/8/2008, pagina 56., 14 agosto 2008
Tesoro della Banca d’Italia. Panorama, 14 agosto 2008 Trentaquattro pagine e un titolo che suscita un interesse inversamente proporzionale al suo tono felpato: «Banca d’Italia
Tesoro della Banca d’Italia. Panorama, 14 agosto 2008 Trentaquattro pagine e un titolo che suscita un interesse inversamente proporzionale al suo tono felpato: «Banca d’Italia. Elementi di discussione preliminare». uno studio all’attenzione del ministero dell’Economia, una radiografia di Via Nazionale in tutti i suoi aspetti che Panorama ha potuto leggere in anteprima. Contiene un’analisi sulle riserve auree e valutarie, sulla redditività dei costi e di struttura, sul numero di filiali e immobili, su portafoglio finanziario e assetto proprietario e si chiude con un’appendice che confronta Banca d’Italia con Bundesbank, Banco de España e Banque de France. A cosa serve uno studio così approfondito con la bellezza di 41 tabelle? La legge di tutela del risparmio prevede che entro la fine del 2008 siano trasferite a enti pubblici le quote di capitale di Bankitalia oggi in mano ad aziende di credito private (vedere la tabella qui sopra), una delle singolarità dell’assetto di Via Nazionale infatti è quella di essere controllata dai controllati, cioè dalle banche, con una fortissima concentrazione di quote in mano ai grandi gruppi (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Generali da sole controllano più del 70 per cento del capitale di Via Nazionale). Una norma e una scadenza da rispettare bastano (e avanzano) per mettere il tema nell’agenda parlamentare e allargare l’orizzonte della cosiddetta «discussione» alla riduzione del debito pubblico e alla razionalizzazione della struttura governata da Mario Draghi. Debito pubblico e federalismo Come anticipato da Panorama, uno dei punti chiave della campagna autunnale di Giulio Tremonti sarà il federalismo fiscale e il piano di riduzione dello stock di debito pubblico. La Banca d’Italia entra in questo scenario perché secondo la proposta avanzata il 9 maggio scorso dall’economista Geminello Alvi, uno degli esperti del collegio che collabora con il ministro dell’Economia, l’oro della Banca d’Italia dovrebbe entrare a far parte di «un fondo che coordina la valorizzazione degli attivi dello Stato e degli enti locali», un «nucleo di flottante» che insieme con una serie di altri interventi strutturali viene posto a riduzione del debito pubblico. Quanto vale l’oro di Bankitalia? Nella premessa dello studio si legge che «Via Nazionale possiede circa 2.452 tonnellate di metallo prezioso, per un controvalore di 45 miliardi di euro, ai quali vanno sommate riserve in valuta per 24 miliardi di euro, per un totale complessivo di 69 miliardi». Il dossier afferma che «da una preliminare analisi il valore delle riserve di Banca d’Italia risulterebbe eccedente rispetto a quello di alcune altre banche centrali europee analizzate» e secondo queste stime «le riserve eccedenti sono pari a circa 7,7 miliardi di euro» in quella che viene chiamata «ipotesi minima» ma possono salire a 22,2 miliardi di euro se nel benchmark usato si include il Banco de España. La Banca d’Italia secondo lo studio «evidenzia il più elevato rapporto tra riserve e pil del Paese e tra riserve e valore dell’attivo di bilancio». La Banca d’Italia può cedere l’oro? Certamente. Alcune banche centrali l’hanno già fatto seguendo le regole del Central bank gold agreement che stabilisce che ogni anno possono vendere oro per una quota massima di 500 tonnellate. Dipendenti, immobili e portafoglio finanziario L’analisi non si ferma alle riserve, ma allarga la sua visione a tutto il sistema che ruota intorno a Palazzo Koch. Il costo medio per dipendente (oggi sono circa 7.400 divisi in 97 filiali) «risulta superiore a quello delle altre banche centrali»; l’analisi del portafoglio finanziario rivela che «è costituito prevalentemente da titoli quotati e pertanto facilmente liquidabili secondo un criterio di gestione efficiente»; il progetto di riassetto della rete territoriale varato dal governatore Mario Draghi «potrebbe favorire una parziale valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare, stimata pari a circa 1,4 miliardi di euro», mentre i risparmi dai costi di struttura e la riduzione delle attività finanziarie potrebbero toccare i 29,8 miliardi. Si tratta di un pacchetto di «razionalizzazione degli attivi della Banca d’Italia» che nell’ipotesi minima tra riduzione delle riserve, razionalizzazione dei costi e cessione di immobili vale 38,9 miliardi di euro. Quasi 3 miliardi in più rispetto alla manovra triennale approvata dal Parlamento il 5 agosto scorso. Redditività e costo del personale La comparazione di Bankitalia con le altre banche centrali esaminate nel rapporto mette in evidenza che Via Nazionale ha una redditività netta inferiore sia in valore assoluto sia in rapporto al totale delle attività di bilancio. Questo a causa degli elevati costi di struttura (costo per il personale, ammortamenti, costo di produzione di banconote e altre spese amministrative) che ammontano al 65 per cento delle rendite nette (contro il 25 per cento della Bundesbank e il 33 per cento della Banque de France). Pesa moltissimo il costo del personale, il 63 per cento per Bankitalia che ha anche il costo medio per dipendente più alto rispetto alle banche centrali esaminate. La riduzione delle competenze delle singole banche nazionali ha innescato un processo di riduzione del personale. Il governatore Draghi al suo ingresso a Palazzo Koch ha messo mano a una profonda ristrutturazione della rete di Bankitalia. Il Direttorio ha chiuso un accordo con il sindacato e il Consiglio superiore vi ha messo il sigillo avviando la soppressione di 33 filiali nel 2009, la trasformazione di 6 dipendenze in Unità di vigilanza e una sensibile rimodulazione di altre 31 filiali che verranno destinate all’operatività, al trattamento del contante e ai servizi all’utenza. Secondo il progetto di riforma organizzativa presentato nel settembre del 2007 la riduzione del personale sarà di 709 unità per un risparmio di circa 100 milioni di euro a cui ne andrebbero aggiunti altri 60 derivanti dai minori costi di struttura per le filiali. Assetto proprietario Il punto è delicato e controverso perché tocca direttamente l’autonomia esclusiva di Bankitalia. La legge di tutela del risparmio prevede la cessione a enti pubblici delle quote detenute dalle banche private, ma nessuno finora ha risposto alla domanda fondamentale: quanto costa l’operazione di cessione? Secondo lo studio all’attenzione del Tesoro «una valorizzazione preliminare della Banca d’Italia effettuata sulla base delle rendite storicamente attribuite ai partecipanti privati condurrebbe a un valore notevolmente inferiore a quello del patrimonio netto, cioè tra 800 milioni e 1,5 miliardi di euro (tanto che nella Finanziaria del 2005 era stato accantonato nel bilancio un importo di 800 milioni per l’acquisto delle quote). Il patrimonio netto di Via Nazionale però al 31 dicembre 2007 è pari a circa 17 miliardi di euro. Da notare che Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno mantenuto in bilancio le quote di Bankitalia al loro costo storico di acquisto e pochi istituti (per esempio Carige e Mps) le hanno rivalutate. Ne discende che Intesa Sanpaolo e Unicredit possiedono il 64,7 per cento del capitale per un controvalore di 598 milioni di euro, mentre Carige valuta 676 milioni di euro il suo 4 per cento e Mps il suo 4,6 per cento lo fa tintinnare per 640 milioni. Un’asimmetria contabile che si tradurrà in una durissima trattativa sul prezzo di cessione: le banche private non accetteranno il pagamento del prezzo storico di carico, lo Stato non sborserà mai né la rivalutazione iscritta a bilancio da alcuni soci né un prezzo più alto della rendita storicamente attribuita, un importo mai superiore allo 0,50 per cento delle riserve. Ecco perché il dossier in mano al ministero dell’Economia fa oscillare il valore preliminare di Banca d’Italia tra 800 milioni e 1,5 miliardi di euro. In autunno anche il futuro di Bankitalia farà parte del dibattito politico e solo una cosa è certa: nessuno farà sconti. Mario Sechi Perline «Corriere della Sera», 9 maggio 2008 Dario Franceschini: «Fini, sul lodo Alfano lei offende la presidenza della Camera, i diritti dell’opposizione e il Parlamento». «Corriere della Sera», 9 luglio 2008 Pier Ferdinando Casini: «il presidente Fini è stato impeccabile: il lodo Alfano è disciplinato nei termini corretti». «L’Unità», 6 luglio 2008 Furio Colombo (riferendosi a Roberto Maroni): « ministro della Repubblica italiana con i voti, tanti voti, certo, di alcune tribù del Nord». «Corriere della Sera», marzo 2004 Giovanni Sartori: «Credo che nell’Italia di oggi sia quasi un dovere, soprattutto per uno studioso della politica, opporsi a un sistema che sta distruggendo lo Stato costituzionale, che scivola verso la democrazia totalitaria». «MicroMega», settembre 2006 Pancho Pardi (un’interpretazione del conflitto di interessi): «Oggi un costruttore edile può diventare sindaco e, ceduta l’azienda al figlio, stabilire il piano regolatore della sua città». «Corriere della Sera», 9 luglio 2008 Andrea Camilleri (riferendosi a Bobo Maroni): «Un paio di baffi sul nulla». «Corriere della Sera», 21 luglio 2008 Roberto Calderoli ( in un’intervista): «il federalismo non vuole penalizzare nessuno, ma punta a togliere penalizzazioni a chi ha». Su chi gravano le «penalizzazioni» da rimuovere? «Mettiamola così, un magistrato del Nord che lavora al Nord bisogna farlo cercare da Chi l’ha visto?». Enzino Meucci I NUMERI 97 sono le filiali della Bnca d’Italia contro le 128 della Banque de France, le 47 della Bundesbank e le 22 del Banco de Espana. 144 mila euro è il costo medio per dipendente della Bnca d’Italia. Sono 104 mila per la Banque de France, 79 mila per la Bundesbank e 78 mila per il Bnco de Espana. 90,3 miliardi di euro è l’ammontare del portafoglio finanziario dell’istituto centrale italiano. Per la Bnque de France è di 112,7 miliardi, di 84,1 miliardi per la Bundesbank e di 15,4 miliardi per il Banco de Espana. RISERVE: ATTENZIONE AGLI STRALI DELLA BCE «Non spetta alla Banca la scelta dei suoi proprietari, ma è interesse, anzi dovere, dell’istituto segnalare quelle ipotesi applicative che possono entrare in conflitto con la salvaguardia della sua indipendenza». Solo in due occasioni il governatore Mario Draghi è intervenuto esplicitamente sul problema dell’assetto proprietario della Banca d’Italia: un’audizione parlamentare dedicata alla legge sulla tutela del risparmio varata a fine 2005 e la giornata mondiale del risparmio celebrata nel 2006. In entrambi i casi è stato chiaro: «Pluralismo dei partecipanti, equilibrio nella distribuzione delle quote, non ingerenza nelle funzioni istituzionali, garanzia dell’autonomia finanziaria dell’istituto e, innanzitutto, coerenza con il diritto comunitario, un aspetto che la Banca centrale europea ha più volte richiamato, sono i principi ai quali deve conformarsi l’assetto proprietario e di governo della Banca centrale». Conclusione: «Tenendo anche conto degli standard internazionali e dell’esperienza di altri paesi, può emergere la necessità di tornare a riflettere sulla scelta operata dalla legge, muovendosi verso una configurazione della proprietà dell’istituto che ne tuteli pienamente l’indipendenza, garanzia di stabilità ed elemento fondante della costituzione economica europea». In parole povere, il consiglio è di muoversi con la prudenza massima nel pensare a un riassetto proprietario della Banca d’Italia cui la legge sul risparmio del 2005 pone la scadenza del prossimo Capodanno e che potrebbe diventare comunque necessario qualora si varasse una norma per superare i limiti nel controllo azionario delle banche da parte delle industrie dopo che il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio ha liberalizzato il versante opposto, cioè l’ingresso delle banche nel capitale delle imprese. Le ragioni della prudenza sono diverse. Intanto vi sono due principi da rispettare per non incorrere nei veti della Bce. Il primo: le banche centrali nazionali non devono finanziare lo Stato. Il secondo: gli istituti nazionali devono avere un patrimonio che consenta loro di fronteggiare gli impegni. In base a questi principi, secondo molti esperti sarebbe difficile che le riserve auree e valutarie di Bankitalia possano essere utilizzate direttamente o passate allo Stato per pagare l’acquisto delle quote di capitale della stessa Banca oggi possedute da aziende di credito private. Si incorrerebbe negli strali europei. A Palazzo Koch il silenzio sull’argomento è totale. Ma è chiaro che susciterebbero minori preoccupazioni ipotesi che non implicassero l’uso delle riserve. Giuristi ed economisti vicini alle banche azioniste si sono esercitati su questo tema. Si è pensato per esempio di mettere un limite ai diritti di voto dei soci Bankitalia e, accertata la consistenza del patrimonio dell’istituto, di indicare i soggetti pubblici ai quali le quote della Banca d’Italia (oggi in possesso di banche private) andrebbero vendute. Oppure, a una soluzione simile a quella della Federal reserve Usa, con il capitale di Bankitalia che resterebbe in mano anche ad aziende di credito private, ma polverizzato e non con la forte concentrazione attuale. Quanto poi a un’eventuale ipotesi alla francese, e cioè una nazionalizzazione, bisognerebbe fare i conti con gli accordi di Maastricht (che non c’erano quando fu nazionalizzata la Banque de France), trovare un’intesa con la Bce e soprattutto sborsare denaro pubblico. Roberto Seghetti