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 2004  febbraio 25 Mercoledì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 1 MARZO 2004

Il Sanremo di Tony Renis l’hanno già vinto le radio.
Va a finire che quest’anno le canzoni di Sanremo sono belle. Marinella Venegoni: «Dalle ceneri del pachiderma baudiano e dai furori delle polemiche che in questi mesi hanno investito nell’ordine la Rai eterna ritardataria, le multinazionali della discografia in crisi che hanno negato la collaborazione alla manifestazione, la nomina del direttore artistico accusato di rapporti mafiosi, nasce un Festival di Sanremo che pare fresco come un uovo appena scodellato. Un Festival che già appare più saldamente televisivo, modellato sul premiato format Ventura&compagni. Però non si creda che Tony Renis, bombardato come un’acciuga nel mare dei Sargassi, abbia mancato di giocare le sue carte: da quei 700 e passa pezzi che gli sono arrivati, di gente (quasi) sempre estranea alle major, ha saputo estrarre, con l’aiuto di una scafata commissione artistica - e con i consigli dei radiofonici ormai padroni nelle tendenze musicali - un cast di 22 gareggianti di vari generi e tinte che ha l’indiscutibile merito di non suonare (quasi) per nulla sanremese, con punte di autentica qualità. L’assenza delle multinazionali porta nomi lontani da consumate liturgie: come sarà il loro futuro, è tutto da vedere; certo, peggio che nei passati Sanremoni non potrà andare». [1]

Se ricordiamo le ultime edizioni, nelle quali succedeva che Fiordaliso venisse presentata come la riscoperta del secolo, allora si può affermare con una certa sicurezza che peggio non si andrà. Gino Castaldo: «Anzi, quella che a molti sembrava una scelta dissennata, un cast con pochi nomi di rango, e soprattutto senza i soliti noti che ricomparivano puntuali solo nelle occasioni Festivaliere, potrebbe rivelarsi meno azzardato di quanto appariva. L’annunciato disastro, almeno musicalmente parlando, potrebbe non esserci, grazie a molte conferme e a qualche sorpresa. Le conferme vengono da quei nomi che godevano, se non di un grande successo popolare, quantomeno di un certo prestigio personale. Nomi ben noti agli addetti ai lavori e in qualche caso al pubblico giovanile. Neffa stupirà con Le ore piccole, uno swing bruciante di appena due minuti, quanto basta per far capire che al Festival si può andare continuando allegramente a camminare per la propria strada. Crudele di Mario Venuti è uno dei migliori, un brano delizioso, solare, con un’energia tutta brasiliana, irresistibile, almeno a partire dalla seconda volta che lo si ascolta. Piotta porta un classico d’amore in chiave rap, intenzionato a riposizionarsi in una zona più raffinata dopo il fragore distorto del successo Supercafone. Pacifico ha scelto anche lui una via delicata ed elegante, mentre Omar Pedrini, il cantante dei Timoria ora avviato verso una carriera solista, porta con Lavoro inutile un tocco di melodia pop con un vago sapore filosofico». [2]

«Tony Renis ha rivoltato il vecchio baule della canzone italiana mettendo le mani in fondo, dove nessuno da anni aveva osato. Confermando la tesi della modista di Maria Antonietta: ”Non esistono idee nuove, ma solo quello che nessuno ricorda più”» (Mario Luzzatto Fegiz). [3] Renis: «I linguaggi sono cambiati, non solo in Italia. C’è una musica nuova, giovane, che ha come grande alleata la radio. E allora io alle radio quest’anno do la ”par condicio” con la carta stampata, che sarebbe già loro spettata molto tempo fa ed è sempre stata negata. Credo che saranno le radio, insieme con le canzoni, le grandi protagoniste di questo Festival». [4]

Bruno Lauzi, musicista, autore di testi ed editore, ha scritto una lettera al ”Corriere della Sera”: «A prescindere dalla pena procuratami dalle infinite chiacchiere sul tema ”Giovani/Vecchi”, sono rimasto di sasso quando ho sentito una gentile selezionatrice ammettere candidamente che nella scelta delle canzoni era stato privilegiato il criterio della loro effettiva ”radiofonicità”. Affermazione innocua, all’apparenza, ma estremamente tossica nella sostanza: già, perché ciò che il pubblico non sa è che, nel linguaggio criptico delle radio private (e per imitazione della Rai), l’aggettivo ”radiofonico” non significa come per noi comuni mortali ”diffuso via radio”, ché a quel punto tutta la musica trasmessa sarebbe tale, bensì ”fruttuosamente interrompibile con messaggi commerciali”, per cui se la canzone ha un testo congegnato in modo da non permettere interruzioni che ne rendano incomprensibile il percorso, beh quella canzone sarà penalizzata con un minor numero di passaggi. successo al singolo di Mina di questo inverno Certe cose si fanno che da questo trattamento ha ricevuto, ahimè, un gran danno. Concludendo, il Festival si consegnerà legato come un salame alla tirannia becera dei dj che, in quanto a servizio delle loro reti, dovranno dimenticarsi che la grande melodia, quella che ci ha fatto conoscere ed apprezzare, quella di cui Bocelli è l’ultimo ambasciatore, andrà in soffitta definitivamente, insieme alla canzone d’autore, quella triste, romantica e ”troppo lenta” per gli analfabeti, lasciando il solo Tony Renis a godere, beato lui, i frutti dell’essere da sempre coerentemente poco ”radiofonico”». [5]

La Commissione Artistica ha selezionato 22 canzoni su 700 in 4 giorni. Il Codacons, convinto che in così poco tempo non possono averle ascoltate tutte e che perciò devono aver prevalso i soliti raccomandati, ha sporto denuncia. [6] Renis ribatte che dopo il Festival li querela: «Le scelte sono state quasi tutte all’unanimità, soprattutto le esclusioni. Devo dire che l’abbiamo fatto con un’onestà che rasenta l’incredibile, la gente pensa che sono sempre tutti intrallazzi. Ma molti dei giovani che abbiamo scelto non li avevo mai neanche sentiti nominare. [...] Fosse arrivata anche una pressione dal Pontefice, con tutto il rispetto per uno degli uomini più importanti del secolo, mi avrebbe lasciato indifferente. Ho puntato sulla musica. [...] Ci siamo fidati della nostra esperienza. Abbiamo scremato velocemente la porcheria, e quella la capisci dalle prime note, almeno per gente come noi. Abbiamo ascoltato fino al limite di sopportazione». [7]

«Metteremo un fischiettatore per provare se le canzoni si memorizzano o no» (Gene Gnocchi). [8] Il musicologo Franco Fabbri: «Dicono [...] che basta ascoltare la strofa e il ritornello per capire una canzone. Ho scritto libri per dimostrare che ci son canzoni che non hanno strofa e ritornello: Yesterday, che comincia con il ritornello, là (a Sanremo, ndr) non sarebbe stata presa in considerazione». [9]

Fabbri (e Lauzi) sono tra i partecipanti del Festival di Mantova, organizzato da Nando Dalla Chiesa in contemporanea con quello di Sanremo. Il senatore della Margherita: «Ci fossero stati Mike Bongiorno o la Zanicchi, non saremmo qui. Questo non è un Festival antiberlusconiano. No, Tony Renis a differenza dei predecessori ha dichiarato con orgoglio le sue amicizie con i boss mafiosi». [9] Castaldo: «La formula di Mantova è avvincente, e soprattutto rispetta tutti gli stili, di solito oscurati, della musica italiana. Ma qualche rimpianto rimane. Presi dal furore bipolarista che ormai attanaglia anche la canzone, visto che Sanremo lo decidono gli amici di Berlusconi, gli organizzatori hanno deciso di far svolgere la kermesse alternativa negli stessi giorni del Festival, per essere davvero ”contro” e non semplicemente ”altri”. Il risultato è che i grandi nomi della canzone non ci saranno, non perché hanno paura, ma più verosimilmente perché se non sono interessati ad andare al Festival, non sono interessati neanche a qualificarsi ”contro” il Festival». [10]

Per prepararsi allo scontro, Renis ha portato i suoi in ritiro. Marco Masini: «Mai visto nulla di simile. Il ritiro dei concorrenti al Centro Europeo di Toscolano di Mogol è stato esilarante e anche utile. Ci siamo conosciuti, ci hanno spiegato bene tutto, dalle scenografie al meccanismo dello spettacolo e della gara. Anche se il numero migliore lo ha fatto Tony Renis, sentendosi davvero il Trapattoni della situazione, con tanto di maglietta, pantaloncini e berretto (rossonero). [...] Sembrava di essere una compagnia in tournée. O al ritiro di Coverciano... col permesso di andare in discoteca. [...] Tony ci ha gasato al massimo e poi (cosa mai successa) ci ha fatto vedere il palco, la scenografia, registi, fonici, tecnici, tutti. Per ora un clima stupendo. Se si mantiene sarà il Festival dei musicisti, mentre gli altri erano il Festival della sfilata, delle modelle, delle Marini». [11]

Altro nemico del Festival di Sanremo: le major. La questione si trascina da diverse edizioni per il mancato accordo sui rimborsi e sulla partecipazione alla fase ideativa. [12] Enrico Mazza, presidente della Fimi, organizzazione che raccoglie le maggiori case discografiche italiane (che da mesi hanno decretato il boicottaggio del Festival): «Dall’America ci hanno chiesto un parere e noi, come Fimi, abbiamo risposto che il Festival non produce fatturato per l’industria, rappresenta solo il 2 per cento del mercato discografico italiano, gli artisti che vi si esibiscono vendono meno di quelli dello Zecchino d’oro, ma non si parli di boicottaggio». [13] Gianmarco Mazzi, consulente della rassegna: «Questo sarà il Festival che le case discografiche hanno sempre reclamato: con buona musica, trampolino di lancio per artisti giovani o in fase di consacrazione. E il paradosso è che sarà fatto senza le major». [12]

Le multinazionali straniere hanno avuto nel 2003 un calo di vendite del 7%. Renis: «A fronte di questo risultato questi ”grandi manager”, invece di perdere tempo in una cattiva quanto inutile campagna di demolizione dell’unico evento in grado di promuovere la musica italiana nel mondo (non esiste infatti artista italiano conosciuto all’estero che non sia passato per Sanremo, nemmeno uno) dovrebbero dimettersi e, per coerenza, restituire una parte dei loro stipendi, quella guadagnata sugli artisti lanciati dal Festival in 53 anni». [14] Lo scontro ha diviso in due il mondo della canzone italiana: da una parte i «Cagasotto», come Renis ha chiamato quelli che non vanno a Sanremo per paura di ritorsioni da parte delle grandi case discografiche (ce l’aveva soprattutto con Ramazzotti), dall’altra i «Gladiatori», come Mazzi ha definito Paolo Meneguzzi, scatenato contro la BMG-Ricordi che non autorizza la pubblicazione della sua canzone nella compilation del Festival. [15] Non mancano i ”terzisti”, tipo il favoritissimo Neffa, al Festival nonostante il contratto con la Universal: «Vado a spese del mio management e non della casa discografica». [16] La stessa Universal, pochi giorni fa ha rotto il fronte compatto delle major che fanno capo alla Fimi: porterà a Sanremo i Black Eyed Peas e Lionel Ritchie, da sempre amico di Renis. [17]

Altra presenza oggetto di contestazione: i politici. O meglio: Berlusconi. Lucia Annunziata: «Sto sognando di quando apparirà come esperto di canzoni al Festival di Sanremo». [18] Simona Ventura: «A me dispiace che i politici non possano intervenire alle trasmissioni non giornalistiche. Se avessi potuto chiamare Berlusconi al telefono, lo avrei fatto anche prima. Avrei fatto questo e altro a ”Quelli che il calcio”. divertente conoscere i politici sotto un’altra veste». Gene Gnocchi: « chiaro che, se Berlusconi verrà a Sanremo, lo farà da ospite straniero». [19] Bruno Vespa: «Magari telefonasse Berlusconi a ”Porta a porta” da Sanremo, ma anche Prodi o D’Alema: le canzoni sono state anche la colonna sonora della loro vita, come di quella di tutti gli italiani». [20] A un certo punto sembrava sicura la presenza di Andreotti: «Io a Sanremo? Non ci penso nemmeno, per carità. Anzi, mi faccia ricoverare se mi vede lì». Possibilista, invece, Francesco Cossiga: «Al Festival di Sanremo ci vado se mi danno mezzo miliardo di vecchie lire oppure 325 mila euro. A Gorbaciov hanno dato mezzo miliardo. Se lo danno anche a me, ci vado pure in calzoni corti». [21]

Non c’è nulla di più offensivo che ricostruire la storia d’Italia attraverso i chicchirichì sanremesi. Tra quelli che la pensano così, Francesco Merlo: « un insulto al Paese questa idea che il Festival della canzone sia la cifra dell’identità italiana, come vorrebbe la pacchianeria nostalgica che ci sta bombardando in questi giorni, i fiori e l’aria melensa, la falsità e la patina da lacca. Altro che rimpianto per le patacche d’antan. Sanremo ci rimanda l’immagine di un paese ridotto e imprigionato nel più sgangherato perditempo, un Paese lazzarone con i piedi a Napoli, la pancia a Roma e la gola appunto a Sanremo. l’immagine dell’Italia che canta, che sa solo cantare, l’Italia dei castrati e delle voci bianche, l’Italia, direbbe Sciascia, dei piglianculo, penultimo gradino prima di arrivare all’umanità zero, al quaquaraquà. Ecco: Sanremo è fatta contro la canzone italiana, è stata la sua prigione, è la sua tomba, è la sua riduzione a una schiuma maleodorante, a una caramella rimasticata. E dunque, con la stessa intensità con la quale vorremmo che Ciampi provvedesse unilateralmente alla grazia per Sofri, per amore della canzone vorremmo pure che il nostro presidente decretasse l’abolizione di Sanremo». [22]

La più famosa sigla del Festival concludeva: «Perché Sanremo è Sanremo». Maurizio Costanzo: «Chi scrive è portato a pensare che effettivamente Sanremo è Sanremo e che comunque il Festival resiste ai più improvvidi curatori, a stagioni carenti di canzoni accettabili, a comici ospiti che non fanno ridere, a vedettes straniere che sono vedettes soltanto da noi. Appunto: Sanremo è Sanremo, un appuntamento, una trasmissione da sentire talvolta con l’audio abbassato divertendoci ad osservare gli abiti di chi conduce o delle cantanti o altro ancora». [23]

A proposito di abiti. Simona Ventura: «Una va a Sanremo anche perché sogna di cambiarsi in continuazione. Bene, io mi cambierò quattro volte a sera. Abiti di Dolce e Gabbana, un mix pazzesco di stili, compresi i jeans stracciati e vestiti da sera che sembrano stelle comete. Non vedo l’ora». [24] Gene Gnocchi ha fatto sapere che si vestirà «come il ministro Castelli, sempre lievemente inadeguato rispetto all’evento». [25]

Tra Tony Renis e Simona Ventura c’è una pace armata. I due non si amano. Lei ammette che «sì, forse siamo un po’ come separati in casa» [26]. Le tappe: a dicembre i due si scambiano complimenti, però non fanno neanche una conferenza stampa insieme. Due mesi fa il gelo: «Simona, voglio portare a Sanremo Kirk Douglas». E lei: «Ma quanti anni ha? 103?». Poi Ramazzotti: lei lo vuole tra gli ospiti, lui lo mette tra i «cagasotto». Ultimo dissidio: Renis vuole il sassofonista quattordicenne Francesco Cafiso, la Ventura non gradisce minorenni nello show. [27]