Riccardo Barenghi, La Stampa 7/3/2005, pag. 3., 7 marzo 2005
Giuliana Sgrena racconta la sua prigionia: «Per fortuna avevo con me la mia tisana, una polverina che mi prendo con un pochino d’acqua
Giuliana Sgrena racconta la sua prigionia: «Per fortuna avevo con me la mia tisana, una polverina che mi prendo con un pochino d’acqua. Senza non posso vivere. Non volevano darmela, mi hanno chiesto se era cocaina. Assaggiatela, gli ho fatto. Ma le giornate erano lunghissime e durissime, per sapere più o meno che ora fosse mi regolavo con le preghiere, cominciavano alle cinque e mezzo del mattino e finivano alle sette e mezzo di sera. Per contare i giorni facevo dei nodini alla sciarpa. Poi c’era il problema di lavare me stessa e i miei pochi panni. Loro mi dicevano di farmi la doccia, vogliono che le donne siano molto pulite (anche Saddam era un maniaco della pulizia, di quella femminile in particolare). Ma io la doccia fredda non me la volevo fare, ne avrò fatte tre o quattro (calde) in un mese. E quando lavavo le cose che avevo, mi rimproveravano, mi facevano segno che dovevo strofinare. Io ribattevo che sapevo io come lavarle. E loro: "Tu non sai lavare perché a casa tua hai la lavatrice"».