Federico Ferrazza, Macchina del Tempo, marzo 2004 (n.3), 28 febbraio 2004
Chi è più intelligente, Giacomo Leopardi o Leonardo da Vinci? Ronaldo o Albert Einstein? Alcide De Gasperi o il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov? Dipende
Chi è più intelligente, Giacomo Leopardi o Leonardo da Vinci? Ronaldo o Albert Einstein? Alcide De Gasperi o il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov? Dipende. Come si fa, infatti, a confrontare l’intelligenza di Ronaldo che di fronte a un portiere opta sempre (o quasi) per il meglio e la capacità di Einstein che analizzando osservazioni, per molti incomprensibili o insignificanti, è riuscito a elaborare gran parte delle teorie su cui si basa la fisica moderna? Certo, a differenza dei gol del centravanti brasiliano, gli studi dello scienziato tedesco sono stati, e saranno, in grado di cambiare la Storia, ma questo non significa che l’uno sia più intelligente dell’altro. Come forse direbbe lo stesso Einstein, quando si parla di intelligenza e del suo quoziente (QI) tutto è relativo. Secondo le teorie più recenti ognuno di noi non ha una sola intelligenza. Ma sette. Padre di questo pensiero è lo psicologo americano Howard Gardner che nel 1983 pubblicò ”Frames of mind: The theory of multiple intelligences”. In questo saggio il professore dell’Università di Harvard, oggi sessantenne, espone la sua teoria, attualmente riconosciuta a livello internazionale, in base alla quale l’intelligenza può essere divisa in sette macroaree: l’intelligenza linguistica, tipica dei poeti; quella logico-matematica, degli scienziati; quella musicale, che caratterizza i compositori; quella spaziale, degli scultori o dei piloti di aereo; la cinestetica, tipica degli atleti; l’interpersonale, che corrisponde all’abilità di interpretare le emozioni, le motivazioni e gli stati d’animo degli altri, e la intrapersonale, tipica di tutte quelle persone che hanno un buon rapporto con se stesse. Negli ultimi anni, poi, Gardner ha ipotizzato l’esistenza di un’ottava intelligenza, quella naturalistica, riferita alla capacità di riconoscere e trattare piante, animali e altre parti dell’ambiente naturale. Con la teoria delle intelligenze multiple, quindi, è cambiato il concetto di intelligenza e soprattutto la valenza dei test (nati all’inizio del secolo scorso per valutare l’intelligenza dei bambini e di coloro che si accingevano a indossare una divisa militare) che misurano il QI, ovvero il rapporto tra l’età mentale, determinata mediante particolari prove psicologiche, e l’età cronologica di un soggetto. Non solo. Il pensiero della maggior parte della comunità scientifica è che non esista una prova di intelligenza completamente ”culture free”, ovvero un test che possa quantificare il QI di tutte le persone della Terra al di là della loro preparazione culturale e dell’ambiente in cui sono cresciute. Lo stesso Mensa, la nota associazione internazionale, presente in oltre 100 nazioni, con circa 100 mila aderenti e di cui hanno fatto parte e appartengono ”cervelloni” famosi (come lo scienziato e scrittore Isaac Asimov o il generale Norman Schwarzkopf, protagonista della prima guerra del Golfo), ammette che non esiste un test totalmente indipendente da una cultura di riferimento. «Quando effettuiamo le nostre prove» spiega Giuseppe Mazza, presidente di Mensa Italia (a cui si può essere ammessi solamente se nei suoi test si raggiunge, o si supera, il punteggio di 148 della scala Cattel che secondo l’organizzazione non può essere ottenuto dal 98 per cento della popolazione mondiale), «dobbiamo tenere in considerazione sempre il Paese in cui vengono svolte. I nostri test, comunque, essendo rappresentati solo da sequenze di figure, e non da numeri, lettere o parole, possono essere affrontati anche da analfabeti». La maggior parte delle prove di intelligenza presenti sul mercato (c’è un’attività davvero fiorente, in particolare negli Usa, dietro la vendita di questi test) misura soprattutto l’intelligenza logico-matematica e quella spaziale. Ma perché? «Semplice» risponde Lamberto Maffei, direttore del Laboratorio di Neuroscienze del Cnr di Pisa. «Viviamo in una società che dà importanza soprattutto alla capacità delle persone di risolvere i problemi pratici. Al manager di un’azienda non si richiede infatti di avere una spiccata sensibilità musicale, ma di trovare soluzioni per rendere più efficiente e redditizia la propria impresa. Se, per assurdo, vivessimo in una società di poeti, verrebbero considerate estremamente intelligenti altre persone». «Per dare un’immagine comprensibile» continua Maffei «è come se le varie intelligenze risiedessero in una scatola chiusa. Se se ne sviluppa di più una, l’altra indietreggia e viceversa. Personalmente, ad esempio, ho conosciuto un grande matematico con delle intuizioni davvero geniali, ma che non sorprendeva certo per la sua intelligenza se si parlava del più e del meno. E poi basta pensare a grandi artisti come Van Gogh, da un lato pieno di ingegno e dall’altro con grosse difficoltà a vivere nella sua società». Insomma l’intelligenza ha davvero una struttura complessa. Tanto che è impossibile individuare un’area precisa del cervello dove collocare ognuna delle sette intelligenze individuate da Gardner: un po’ tutta la nostra massa grigia gioca un ruolo determinante. «Non bisogna però pensare che l’intelligenza sia innata e che non possa essere modificata» avverte Maffei. «Oltre a fattori genetici, a influire sulle nostre capacità cognitive c’è anche l’istruzione, le esperienze di vita e alcuni esercizi». Già, perché l’intelligenza può essere anche allenata. Come? Per esempio facendo movimento si aumenta il metabolismo del cervello e la circolazione del sangue. In questo modo vengono prodotti fattori neurotrofici che alimentano il neurone e ne migliorano la plasticità, favorendo la nascita di nuove connessioni che rendono ”più intelligenti”. Gli esperti, poi, mettono in guardia dall’uso passivo del cervello tipico di chi sta davanti alla tv. Con questa attività, infatti, si è portati a non pensare, a non sviluppare uno spirito critico e quindi a non allenare tutte le funzioni tipiche del cervello. E delle sue sette intelligenze. Federico Ferrazza