Giorgio Giorgetti, Macchina del Tempo, marzo 2004 (n.3), 28 febbraio 2004
Forse leggere questo articolo, stampato in molte migliaia di copie su una rivista di divulgazione scientifica e acquistabile all’edicola sotto casa, sarebbe stato impossibile se non ci fosse stata la ”rivoluzione culturale” illuminista
Forse leggere questo articolo, stampato in molte migliaia di copie su una rivista di divulgazione scientifica e acquistabile all’edicola sotto casa, sarebbe stato impossibile se non ci fosse stata la ”rivoluzione culturale” illuminista. L’idea di una società di massa, di uno stato laico che tutela i diritti civili, così come il primato della scienza e dell’economia di mercato, sono alcune delle conquiste che la nostra civiltà deve anche e soprattutto al Secolo dei Lumi. Un periodo davvero intenso che ha indotto Flavio Caroli, docente di Storia d’Arte Moderna all’Università degli Studi e al Politecnico di Milano, a dedicarvi una mostra dal titolo ”Il Gran Teatro del Mondo. L’anima e il Volto del Settecento”, ospitata al Palazzo Reale di Milano fino al 12 aprile 2004. «Ho verificato, durante l’organizzazione della mostra, una verità di cui ero soltanto in parte consapevole», racconta Caroli. «Il XVIII secolo è il periodo più misconosciuto e meno amato non solo dalla storia dell’arte, ma dalla storia moderna. Sospettato di superficialità, di cipria, di birignao rococò... Figuriamoci!». Figuriamoci davvero: basti pensare al terremoto provocato dalla triade rivoluzionaria targata Francia, Stati Uniti e industria moderna di mezzo mondo. Qui sorgono nuovi modi di intendere legge, diritto ed economia, che orientano nazioni e singoli individui. Nasce la lotta alla superstizione e ai dogmatismi, e s’innesca la libera trasmissione della conoscenza e del sapere. Soprattutto, la ragione batte le ombre dell’irrazionale per k.o. tecnico. Insomma, che ci piaccia o no, da allora a oggi l’eco di quegli anni formidabili non s’è del tutto spenta, nel mondo occidentale. Altro che damine e cicisbei. « infatti limitante considerare l’Illuminismo come una scuola di pensiero che, una volta fatti i conti con il suo tempo, s’è poi diluita nella storia, seminando qualche traccia qua e là, ma nulla più», ammonisce Andrea Tagliapietra, docente di Storia della Filosofia all’Università di Sassari. «Benché sorto oltre tre secoli fa, l’Illuminismo è una nozione dinamica, un modo di vita. la dichiarazione d’indipendenza della ragione, dello sguardo critico e spassionato sulla realtà. un’equazione che, una volta scoperta, vale per sempre: ragione uguale a libertà». Se le radici dell’illuministica pianta affondano in Inghilterra, le fronde vegetano lussureggianti in Francia, ramificandosi via via per il mondo. La formazione che scende in campo fa tremare le vene ai polsi: Voltaire (1694 -1778), Charles de Montesquieu (1689 -1755), Denis Diderot (1713 - 1784), Jean-Baptiste Le Rond D’Alembert (1717 - 1783), Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778), François Quesnay (1694 - 1774) ed tienne Bonnot Condillac (1715 - 1780) dalla Francia; Gotthold Lessing (1729 - 1781), Alexander Baumgarten (1714 - 1762), Johann Gottfried Herder (1744 - 1803) dalla Germania; Adam Smith (1723 - 1790) dall’Inghilterra e David Hume (1711 - 1776) dalla Scozia; Pietro Verri (1728 - 1797) e Cesare Beccaria (1738 - 1794) dall’Italia, per non parlare delle nuove leve d’oltreoceano, Benjamin Franklin (1706 - 1790) e Thomas Jefferson (1743 - 1826). Punta assoluta, un fantasista della mente come il tedesco Immanuel Kant (1724 - 1804), fuoriclasse imparagonabile se non a se stesso, seppur profondamente illuminista. Nessuno in panchina, tutti in attacco. «Se con il termine Illuminismo pensiamo, da un lato, a ciò che scaturì da quella specie di manifesto che fu l’’Encyclopédie” curata da Diderot e D’Alembert tra il 1751 e il 1777, e, dall’altro, a quanto fu esemplificato dalle opere di Voltaire, direi che un’eredità viva ancor oggi sia da ricercare nella razionalità, nella scientificità e nella laicità» afferma Giovanni Boniolo, docente di Filosofia della Scienza all’Università di Padova. «Laicità che non significa per forza ateismo o materialismo. Laico è colui che è capace di tener distinto il pensiero religioso da quello non religioso. E ciò può farlo sia un ateo sia un credente». Gli fa eco Andrea Tagliapietra, che incalza: «Se in una discussione scientifica convergessero questioni morali, immediatamente diventerebbe antiscientifica. La scienza, in quanto sviluppo del pensiero razionale, conquista da sé i propri valori, senza dover ricorrere a dogmi, fedi, discipline morali o canoni esterni. L’ insegnamento è attualissimo: pensa con la tua testa, non dipendere da altri. Immanuel Kant, nella sua definizione dell’Illuminismo, lo dice a chiare lettere: sapere aude, abbi il coraggio di sapere. Che è come dire: non farti influenzare dai fondamentalismi, non cedere alle comode abitudini, agli usi comuni, al ”non c’è più religione”. E questa è una posizione anche politica, non solo filosofica». La predominanza della ragione come manifesto politico, dunque. Eppure, sarebbe errato immaginare tutti questi pensatori come arruffapopoli. «In effetti», dichiara Franco Livorsi, professore di Storia delle Dottrine Politiche all’Università degli Studi di Milano, «questi filosofi non furono rivoluzionari, ma riformisti, anche se il loro riformismo contribuì in modo decisivo alla formazione culturale e politica dei rivoluzionari, prima americani e poi francesi. «Ragionando per modelli di razionalità possibile, gli illuministi erano portati a sollecitare le riforme dei sovrani, per lo più ancora assoluti. Perciò la politica illuminista più caratteristica fu l’assolutismo illuminato, il cui motto era ”Tutto per il popolo, niente attraverso il popolo”. Fu un tentativo molto importante, in alcuni paesi riuscito e in altri fallito. Calzò bene all’Impero Austriaco, sotto Maria Teresa d’Austria e ancor più sotto suo figlio Giuseppe II. Determinò il successivo primato economico di Milano: non a caso qui venne introdotto per la prima volta un moderno catasto, base di una moderna tassazione». Milanese era anche Cesare Beccaria, intellettuale riconosciuto dall’Impero, la cui opera ”Dei delitti e delle pene” (1764) ebbe, anche grazie a Voltaire, risonanza internazionale: «Per la prima volta», prosegue Livorsi, «al principio della presunzione di colpevolezza si sostituiva quello della presunzione d’innocenza. L’abolizione della tortura era una conseguenza di tale principio e tema principale della battaglia di Beccaria. Egli, in generale, confutò pure le ragioni dei sostenitori della pena di morte». Ma se queste e molte altre innovazioni influenzarono i migliori valori espressi dalle rivoluzioni dell’epoca, con evidenti riscontri contemporanei, l’effetto che il nuovo pensiero ebbe sulla scienza e sulla tecnica fu sbalorditivo: «L’idea di porre la scienza al servizio dell’uomo, e perciò delle applicazioni tecniche, pur essendo molto vecchia, ricevette nell’Illuminismo una spinta senza precedenti» afferma Livorsi. «Il primo compito della scienza non era più conoscere come stanno le cose, ma connettersi alla tecnologia. Da qui alla rivoluzione industriale il passo è breve. Va notato che la stessa concezione dell’economia come scienza, o pretesa scienza, nasce in quel periodo, con l’opera ”Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), dell’inglese Adam Smith». «Tuttavia la scienza dell’Età dei Lumi» sottolinea Giovanni Boniolo, «non fu per certi versi una scienza rivoluzionaria e innovativa come lo era stata nell’età precedente. Ormai lo spartiacque con il passato è superato e Niccolò Copernico, Galileo Galilei, Johannes Keplero e Isaac Newton hanno vinto. Il cosmo è definitivamente per tutti eliocentrico e retto da leggi universali, come le tre leggi della dinamica e la legge di gravitazione universale. In più, queste leggi garantiscono un cosmo determinista: date certe condizioni iniziali, stati futuri potevano essere predetti in modo certo. «Fu però un’età di transizione verso grandi risultati futuri. In biologia, le opere di Karl Linnaeus, George-Louis Leclerc conte di Buffon e Jean-Baptiste de Monet de Lamarck aprirono infatti la strada all’evoluzionismo di Charles Darwin. Per non parlare dei risultati nell’elettromagnetismo legati a personaggi del calibro di Benjamin Franklin, Charles Augustin Coulomb, Luigi Galvani e Alessandro Volta». «Le suggestioni che l’Illuminismo ci regala», dichiara Andrea Tagliapietra, «sono comunque numerose e spesso trascendono i risultati storici. Prendiamo il grandioso sogno di un’opera monumentale che contenesse tutto lo scibile umano, in ogni campo e in ogni attività, come voleva essere intesa l’’Encyclopédie” di Diderot e D’Alembert. Essi desideravano un sapere vivo, dinamico, che travalicasse confini e pregiudizi, che fosse reso disponibile al maggior numero di persone possibile. Un punto di riferimento consultabile, ma anche lo spunto per investigazioni future. Dove si discorresse di tutto, ma anche del contrario di tutto: un procedimento dialettico in costante divenire. E cos’altro non è, oggi, Internet? Il sogno di Diderot e D’Alembert finalmente conquistato. Sapere potenzialmente illimitato, libertà senza confini, dialogo tra genti e nazioni, autoapprendimento all’uso della ragione e del discernimento e autodisciplina intellettuale. Oggi più che mai, il pensiero illuminista afferma con forza la sua attualità». Un’attualità che non mostra il fianco a critiche o debolezze? «Non proprio» avverte Franco Livorsi. «C’è un punto decisivo in cui l’Illuminismo fa acqua. Consiste nella pretesa di separare nettamente il razionale dall’irrazionale, le regole dai valori, il secolare dal sacro». «Su questo piano» conclude Livorsi «i fautori della ragione assoluta sono destinati a perdere. Infatti l’irrazionale (o preteso tale), i valori e il sacro, cacciati dalla porta, rientrano dalla finestra. Una ragione che non si alimenti alla fonte del mistero, dell’inconscio, dell’infinito, diventa volontà di potenza allo stato puro, che si converte nel suo contrario. Il rischio dell’oscurantismo è grande, ma anche quello del nichilismo non è uno scherzo. Forse, vista la posta in gioco, un po’ di neoromanticismo non ci fa male». Giorgio Giorgetti