Simona Lambertini, Macchina del Tempo, marzo 2004 (n.3), 28 febbraio 2004
All’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi l’Airbus 737 è in attesa di partire ma i minuti di ritardo si accumulano
All’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi l’Airbus 737 è in attesa di partire ma i minuti di ritardo si accumulano. Un guasto da riparare? Una furiosa tempesta di neve? No, la situazione è ben più delicata: il personale di sicurezza dell’aeroporto ha avuto la segnalazione della presenza di una bomba all’interno di uno dei bagagli imbarcati, serve un controllo. Ecco allora che il nucleo operativo antiterrorismo della polizia francese si mette all’opera: occorre esaminare tutte le valigie caricate a bordo per verificarne l’eventuale contenuto esplosivo. E inaspettatamente, a fianco dei cani normalmente usati per fiutare la presenza di sostanze pericolose, i militari portano con sé la ”scatola a bzzz”, un complicato congegno in cui altri rappresentanti del mondo animale mettono a disposizione le loro doti naturali nella lotta al terrorismo: le api. Attraverso un tubo flessibile, tre o quattro api presenti nella scatola vengono convogliate verso il bagaglio da esaminare e osservate attraverso una microcamera che ne ingigantisce la testa. Una dopo l’altra, le valigie vengono esaminate. Ad un certo punto, al passaggio di una valigia grigia, un’ape tira fuori la lingua, seguita a pochi secondi di distanza anche dalle altre. quello che basta ai militari per capire che è lì che si nasconde l’esplosivo, ora tocca a loro intervenire. Finzione o realtà? Solo un’anticipazione dei tempi: l’équipe dell’Icts, l’impresa incaricata della sicurezza nello scalo parigino, e il laboratorio di biotecnologia inglese Insense stanno collaborando per far sì che entro il 2010 le api diventino un prezioso strumento per la ricerca di varie sostanze illegali (dalle droghe alle armi di distruzione di massa come l’antrace, agli esplosivi), affiancando se non addirittura sostituendo i cani, fino ad ora gli attori principali su questa scena. Il principio è relativamente semplice: è il riflesso condizionato tipico del cosiddetto ”metodo Pavlov” applicato alle api: si insegna all’insetto ad associare un odore preciso a una ricompensa in acqua zuccherata o in qualcosa di dolce. «Si tratta del meccanismo di estensione della ligula» spiega Claudio Porrini, uno dei maggiori esperti in Italia del comportamento di questi insetti, assistente dell’etologo Giorgio Celli al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroambientali dell’Università di Bologna, «un tipico riflesso condizionato per cui la ligula, così si chiama la lingua dell’ape, viene stesa ogni volta che l’imenottero riconosce l’odore cercato, pretendendo il premio». Per chi studia le api non si tratta certo di una novità: « da 20 anni che l’ape è usata come sensore ambientale» continua Porrini, cioè come strumento per il monitoraggio passivo di particolari odori presenti nell’ambiente che ci circonda. Più recente è il suo utilizzo anche per il monitoraggio attivo, cioè per il riconoscimento di un odore particolare per cui è stata addestrata. Le api riescono a riconoscere i diversi fiori su cui vanno a ”bottinare”, cioè a rifornirsi di nettare, attraverso 60.000 sensilli, recettori sensoriali sparsi in tutto il corpo. Sono così predisposte a captare diverse sostanze chimiche presenti nell’aria, riconoscendone la differenza. Le informazioni raccolte vengono trasmesse ai gangli nervosi presenti nella testa dell’insetto, che ne costituiscono il rudimentale cervello: in questo modo, quando un’ape esce per la prima volta dall’alveare e va a bottinare su un fiore, svilupperà memoria di quella varietà florale e continuerà a cercarla anche alle uscite successive (vedi disegno nella pagina seguente). proprio intervenendo su questo meccanismo che gli apicoltori riescono a migliorare l’impollinazione dei fiori o la produzione di un miele ricavato da un unico tipo di fiore. Addestrando le api a bottinare su piante coltivate su terreni arricchiti di quelle sostanze che entrano nella costruzione degli esplosivi, è possibile far in modo che riconoscano quell’odore. Per adesso questo funziona benissimo in laboratorio o in serra, dove l’aria non è contaminata dalle altre migliaia di odori che di solito sono presenti. proprio su questo punto che la ”scatola a bzzz” deve ancora essere migliorata: nella sede dell’Insense si lavora ad un grosso alveare di 80.000 individui la cui vita media è di cinque settimane e che quindi devono sempre essere sostituiti e nuovamente addestrati. Si vuole arrivare alla costruzione di un vero e proprio arsenale di scatole intercambiabili fra loro in modo che possano essere identificati tutti gli esplosivi esistenti: ci saranno api addestrate per quelli a base di nitrato, altre per il riconoscimento di quelli a base di clorato, altre ancora saranno specializzate nell’identificazione di esplosivi al plastico e così via. Più api messe insieme potrebbero fare il lavoro di un cane. Il vantaggio? Il sistema olfattivo delle api è molto più sensibile di quello di un pastore tedesco. E inoltre l’addestramento sarà più veloce ed economico. Inoltre, mentre il cane si stanca presto, le api sono lavoratrici instancabili, in grado di lavorare 23 ore su 24. «Ma le api devono essere viste in un sistema integrato» precisa Porrini «non possono da sole risolvere il problema ma piuttosto possono essere usate d’appoggio al cane, perché hanno una sensibilità particolare per certi odori. In questo senso quindi potrebbero essere fondamentali per aumentare lo spettro degli odori che è possibile indagare». Anche il Pentagono, dopo l’11 settembre, ha cominciato a studiare i riflessi condizionati delle api. Uno dei risultati più interessanti del condizionamento di questi insetti è quello proposto da Jerry Bromenshenk dell’Università del Montana: la comune Apis mellifera potrebbe diventare uno strumento risolutivo per la captazione delle mine sotterrate nelle zone di guerra. Gli esplosivi dentro le mine antiuomo sono materiali organici le cui esalazioni si diffondono all’esterno e impregnano il terreno circostante. Anche le piante finiscono per assorbirle. Una volta liberate in un terreno presumibilmente minato, le api addestrate a bottinare in terreni simili si dirigeranno proprio nel punto dove è massima la concentrazione dell’esplosivo. Cercando il fiore troveranno la mina. Ma pur essendo un progetto seducente, è ancor più azzardato di quello di Insense: una volta liberate all’aria in un ambiente a loro non familiare, le api tendono a rimettersi alle informazioni fornite dalle api locali per avere idea di quali sono i ”bottini” più interessanti della zona. Per adesso, quindi, quello che si ottiene in laboratorio ancora non viene raggiunto sul campo, ma è verosimile che presto insetti intelligenti possano essere impiegati per scopi che vanno ben al di là della produzione di miele e pappa reale. «Anche il nostro Dipartimento ha proposto un progetto per l’utilizzo delle api nell’intercettazione degli esplosivi» rivela Porrini. Forse allora si potrà riscrivere una storia tutta ambientata alla Malpensa o a Fiumicino. Simona Lambertini