Americo Bonanni, Macchina del Tempo, marzo 2004 (n.3), 28 febbraio 2004
Leggenda vuole che un metodo per fare colpo su una ragazza sia di rispondere con sicurezza alla domanda: «Che stella è quella laggiù?»
Leggenda vuole che un metodo per fare colpo su una ragazza sia di rispondere con sicurezza alla domanda: «Che stella è quella laggiù?». A parte il grado di successo in amore che può risultarne, dare un nome agli oggetti del cielo è una spinta che ha accompagnato l’umanità dalle origini. Fino a tempi molto recenti, prima dell’avvento dei potenti telescopi, il cielo sembrava tutto sommato poco affollato: oltre al Sole e alla Luna, gli antichi riuscivano a scorgere le stelle, soprattutto le più brillanti, e i pianeti visibili a occhio nudo. Qualche volta passava una cometa. Ovviamente, non era poi così difficile orientarsi nel firmamento e tirare fuori nomi intriganti per gli oggetti celesti. Oggi le cose sono più complicate, e gli astronomi devono destreggiarsi tra denominazioni decisamente poco romantiche, fatte spesso di lunghe sigle e numeri (pensate a qualcosa come la stella NTTS 040234+2143 e ne avrete un’idea). Sicuramente nessuna delle varie culture della Terra ha mancato di dare un nomi agli astri. Quasi tutti i nomi propri di stelle e pianeti (non sono in molti ad averlo: circa 300) derivano da quelli assegnati migliaia di anni fa, soprattutto da sumeri, arabi, greci e romani. Con il passare dei secoli, però, solo alcuni sono rimasti più o meno quelli (ad esempio Nunki, nella costellazione del Sagittario, ha mantenuto il suo vecchio nome, letteralmente ”di Enki”, antico dio sumero dell’acqua). Molte altre stelle, invece, sono state ribattezzate (Capella è latino e significa Capretta, ma gli arabi la chiamavano Alhajot). Ci sono poi nomi più recenti, come quelli delle stelle dell’emisfero australe, battezzate quando i primi esploratori hanno cominciato a navigare nei mari del Sud. Nel Seicento inizia l’era della catalogazione. C’è infatti una gran confusione, dovuta anche al fatto che alcune stelle si chiamano allo stesso modo. Allora l’astronomo bavarese Johannes Bayer (1572 - 1625) introduce un sistema molto usato ancora oggi: per ogni costellazione la stella più brillante è alfa, la seconda beta e così via. Finite le lettere dell’alfabeto greco, si passa a quello romano. Bayer prende solo qualche svarione, piazzando come alfa stelle che in realtà sono meno brillanti di altre. Con il tempo, e con le osservazioni al telescopio, il cielo si è andato arricchendo, oltre che di stelle e di pianeti, anche di altri oggetti celesti. A cominciare dalle nebulose, sotto le quali sono state raggruppate per molto tempo anche le galassie e gli ammassi stellari. Il più famoso catalogo della storia, in questo campo, è sicuramente quello di Charles Messier, compilato per la prima volta nel 1783. Nella sua ultima versione contiene 110 oggetti. Praticamente tutti gli astrofili del mondo hanno cominciato a puntare il cielo cercando con il loro telescopio proprio oggetti classificati con la M di Messier, come la famosa M31, la galassia di Andromeda. A partire dal 1888, con John Louis Emil Dreyer, inizia poi la storia del New General Catalogue, che contiene migliaia di oggetti, denominati con la sigla NGC seguita da un numero, seguito dai suoi due Index Catalog (IC) aggiunti in un secondo tempo, altre pietre miliari. Il risultato di tutta questa mescolanza di cataloghi è che molti astri, anche famosi, hanno nomi diversi a seconda di quale elenco si consulti. «Naturalmente» dice Francesco Palla dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri «per le stelle più brillanti e per galassie e nebulose celebri anche noi astronomi usiamo per tradizione i loro nomi classici o la denominazione con lettere e costellazioni. Ma quando cominciamo a parlare di astri deboli, visibili solo ai telescopi, questo sistema è del tutto insufficiente, e arriviamo subito alle sigle e ai numeri». Per elencare tutti i cataloghi astronomici esistenti, probabilmente non basterebbe l’intera rivista, ma ce ne sono alcuni che, sebbene più complessi dei vecchi sistemi, sono ben noti agli appassionati. Come quello dello Smithsonian Astrophysical Observatory, con 250.000 stelle. In questo caso, in ogni stella la sigla SAO precede il numero di serie. «Per i nostri lavori di ricerca» continua Palla «i cataloghi più usati sono quello compilato dal satellite Hipparcos, che contiene dati di estrema precisione su posizioni e distanze di 120.000 oggetti celesti, oltre che misure dell’intensità luminosa di più di un milione di stelle. L’altro è il catalogo che usa il telescopio spaziale Hubble per orientarsi nel cielo (che contiene oltre 19 milioni di oggetti poco brillanti, ndr)». Ma nell’Universo ci sono anche astri ”vagabondi”. I pianeti prima di tutto. I cinque conosciuti da tutte le civiltà terrestri hanno preso ufficialmente nomi di divinità romane (Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno). Poi, quando i telescopi hanno permesso di scoprire gli altri tre (Urano, Nettuno e Plutone), assieme ai loro satelliti che diventano ogni giorno più numerosi grazie anche alle missioni spaziali, si è andati avanti con gli dèi, finendo per saccheggiare pure quelli greci e arrivando infine ai personaggi della letteratura. E poi c’è lo sterminato esercito dei cosiddetti corpi minori del Sistema solare, asteroidi e comete. «Per le comete» dice Andrea Carusi, dell’Istituto di Astrofisica Spaziale di Roma, «non ci sono mai stati problemi: il nome è quello dello scopritore. E poi non sono molte. Per gli asteroidi la questione è invece molto più complicata, visto che ne sono stati scoperti circa duecentomila. Come possiamo pensare di dare un nome a tutti?». Infine prima o poi bisognerà nominare anche i nuovi arrivati, dai buchi neri ai pianeti che orbitano attorno ad altre stelle. Per ora i loro nomi derivano dalla stella che li accompagna. Ma forse un giorno dovranno pur reclamare una loro dignità. In ogni caso, c’è un solo organismo che avrà l’autorità di celebrare dei battesimi cosmici: l’Unione Astronomica Internazionale. Anche se molto più precisa, sarà meglio però non farsi prendere troppo la mano dalla catalogazione ufficiale. Se la persona amata vi indicasse Vega chiedendovi come si chiama, rispondere «SAO 067174» non vi farebbe probabilmente guadagnare molti punti nella sua considerazione. Americo Bonanni