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 2004  febbraio 26 Giovedì calendario

«Leggo nelle cronache sul Corriere di Andrea Nicastro che il presidente di Haiti Jean- Bertrand Aristide, nei giorni in cui si festeggiavano i duecento anni dall’indipendenza, ha fronteggiato i rivoltosi facendosi scudo dietro a « patrioti disposti a morire per difendere la democrazia della più antica Repubblica negra del mondo » ( questa è la sua definizione) che però il popolo chiama « chimères » riferendosi a mostri vudù che sputano fuoco

«Leggo nelle cronache sul Corriere di Andrea Nicastro che il presidente di Haiti Jean- Bertrand Aristide, nei giorni in cui si festeggiavano i duecento anni dall’indipendenza, ha fronteggiato i rivoltosi facendosi scudo dietro a « patrioti disposti a morire per difendere la democrazia della più antica Repubblica negra del mondo » ( questa è la sua definizione) che però il popolo chiama « chimères » riferendosi a mostri vudù che sputano fuoco. Ma Aristide non ci era stato presentato fino a poco tempo fa come una personalità democratica che ci avrebbe fatto dimenticare la dittatura dei Duvalier? E non era stato aiutato dagli americani che ad Haiti avevano compiuto, in sedicesimo, un’operazione simile a quella dell’Iraq? Franco Passarelli Roma Caro signor Passarelli, la mia risposta è sì a entrambe le sue domande. Ma per approfondire la storia recente di Haiti e il nesso che la lega a quella pur differentissima dell’Iraq prendo a prestito un articolo di Max Boot comparso sul Los Angeles Times. Ma, prima di tutto, i fatti essenziali: ad Haiti l’ex sacerdote Jean- Bertrand Aristide è stato eletto presidente nel 1990, deposto dai militari nel 1991 e reinsediato dagli Stati Uniti nel 1994. Secondo Boot ( il cui articolo, qui in Italia, è stato ripreso dal Foglio) fu più saggia e proficua l’occupazione militare americana del 1915 di quella del 1994 perché il presidente Woodrow Wilson, novant’anni fa, lasciò i marines in loco per tutti gli anni Venti e i primi anni Trenta così da creare una situazione che – ancorché non potesse essere definita di vera e propria democrazia – diede all’isola « il decennio più libero, meno corrotto, più pacifico e più prospero della sua storia » . Poi, nel 1934, Roosevelt ritirò i marines, tutto degenerò rapidamente e alla guida del piccolo Paese si ebbero capi con tendenze sempre più dittatoriali. Questo processo verso il peggio culminò con il dominio dei Duvalier che si protrasse per oltre un trentennio, dal 1957 al 1986. Dopodiché si ebbe democrazia con nuova instabilità, il colpo di Stato militare di Raoul Cédras nel ’ 91 contro Aristide e alla fine nuova occupazione americana, quella del ’ 94, decisa da Bill Clinton per ristabilire nuovamente la democrazia. « Ma questa volta – sostiene Boot con un occhio fisso alla situazione irachena – le truppe americane non si sono fermate abbastanza a lungo, la maggior parte dei soldati è stata ritirata dall’isola nel giro di sei mesi, lasciando i propri compiti nelle mani di inesperti funzionari delle Nazioni Unite » e Aristide, per forza di cose, ha finito con l’essere sopraffatto dalle difficoltà e divenire non meno malvagio di tutti i suoi predecessori. Due le lezioni che secondo Max Boot ci vengono da un attento studio del caso Haiti. Primo, « le elezioni non creano da sole e automaticamente una democrazia... Haiti stava molto meglio negli anni Venti anche se non aveva elezioni che sono sì una cosa importante ma meno di quanto lo sia lo Stato di diritto » . Secondo, « il nation building americano può funzionare ma soltanto se le truppe statunitensi mantengono la loro presenza sul territorio » . Sicché, per passare all’Iraq, « è assolutamente vitale che gli Stati Uniti non cerchino una rapida via d’uscita... le truppe a stelle e strisce devono restare in Iraq per tutto il tempo – probabilmente decenni come è stato nella Germania occidentale o nella Corea del Sud – necessario a consolidare lo sviluppo democratico del Paese» .