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 2004  febbraio 25 Mercoledì calendario

Alfonsina Strada al Giro d’Italia del 1924

«Il corridore iscritto al Giro d’Italia 1924 con il numero 72 era presentato, sulla Gazzetta dello Sport, come Alfonsin Strada. E qualche giornale, nel riportare l’elenco dei partecipanti, aveva completato il nome, ritenuto vittima di un refuso, in Alfonsino. Nessun refuso. I promotori del Giro avevano tolto l’ultima lettera a quel concorrente, per non rivelare la verità, che sarebbe venuta fuori, con magistrale colpo pubblicitario, solo alla vigilia del via. Il numero 72 era una donna, Alfonsina Morini sposata Strada, la prima - e, nella storia, unica - rappresentante dell’altra metà del cielo in quel mondo duramente maschile. C’erano state, nei primi anni del ciclismo, altre donne che si erano esibite sui pedali. Correvano in circuiti loro riservati, ma nessuna aveva osato presentarsi, in una gara a tappe, nella carovana dei maschi. Nemmeno la Alfonsina ci sarebbe riuscita, se gli organizzatori non si fossero trovati, quell’anno, in crisi di immagine. Le maggiori case ciclistiche avevano dato forfait, per questioni di denaro, e sarebbero mancati allo spettacolo i maggiori campioni, a partire da Girardengo e Brunero. Poiché il piatto piangeva, Emilio Colombo e Armando Cougnet, responsabili della Gazzetta, decisero di puntare sull’atout imprevedibile, imbarcando, fra i 90 corridori, una corridora (o «corridrice», come allora si disse). L’emiliana Alfonsina Strada non era una ragazza qualsiasi. Nata da genitori poverissimi, seconda di dieci figli, viveva accampata con loro in un triste casale presso Bologna, il cui nome, Fossamarcia, era già una brutta promessa. Ma aveva due gambe poderose, una volontà di roccia, e sulla bicicletta aveva cercato la via del riscatto. La sua vicenda è esemplare, nella storia dell’emancipazione femminile, anche se la sua figura è da tempo dimenticata. La recupera oggi un bravo scrittore di sport, Paolo Facchinetti, che ne ha ricostruito la vita su rari documenti e testimonianze. Il suo libro, Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada, sarà lanciato per la festa dell’8 marzo dalla Ediciclo di Portogruaro, benemerita per le ricerche sul ciclismo. La donna dello scandalo era nata nel 1891, aveva praticamente l’età della bicicletta. Da bambina, si era impadronita di un vecchio arnese a due ruote che il papà aveva ricevuto da un medico, in cambio di alcune galline; e a tredici anni aveva cominciato a correre, già allora in mezzo ai maschi. Quella ragazza dai muscoli prepotenti, il collo taurino, voleva dimostrare agli uomini di poter competere con loro da pari a pari; abbigliata anche, cosa indecentissima, come loro, con i calzoncini a mezza coscia e una maglietta che ne disegnava ogni ondulazione. In casa la consideravano «la matta». Non riuscì a vincere la diffidenza dei genitori neppure quando tornò a casa con il premio per la sua prima vittoria: un maiale vivo. E non era che l’inizio. A 16 anni Alfonsina osò seguire fino in Russia un suo compagno di corse, Carlo Messori, invitato al Grand Prix di Pietroburgo. E fu lei che conquistò le maggiori attenzioni del pubblico, compresa quella di Nicola II, che le donò una medaglia. Nel 1911, ventenne, la ragazza premiata dallo zar stabilì a Moncalieri, con 37,192 chilometri, il primato dell’ora femminile; c he nessuno, per il buon costume, ebbe il coraggio di omologare. Quando finalmente fu ammessa al Giro d’Italia, Alfonsina aveva 32 anni, tutti pensavano che si sarebbe ritirata alla prima tappa. Si ritiravano gli uomini, invece, fino a dieci per giorno. Erano tappe spaventose, una oltre i 400 chilometri, con salite che si paravano davanti come muri, per quelle biciclette senza cambio. Alfonsina arrivava sempre, dopo essere stata in sella fino a ventuno ore consecutive. In albergo, doveva aspettare che tutti gli altri fossero a letto per poter fare il bagno. E si cuciva i pneumatici forati con ago e filo. Cadde più volte, percorse la seconda metà del Giro con un ginocchio gonfio. Nella tappa di Perugia ruppe il manubrio, lo sostituì con un manico di scopa offerto da una contadina: giunse quasi quattro ore dopo il primo, fuori tempo massimo. La giuria la riammise, per l’eccezionalità della sua prova. Ormai era l’eroina del Giro, quando arrivò a Bologna fu circondata da torme di giovani, che davano manate «un po’ dovunque». Un cronista annotò la sua più famosa battuta: «Ehi, ragazzi, toccatemi quel che volete, ma non la macchina!». Al traguardo finale di Milano erano rimasti in 33. E lei c’era. Aveva percorso, in dodici tappe, 3.613 chilometri, ci aveva messo 28 ore più di Giuseppe Enrici, vincitore davanti a Gay; ma si era lasciata indietro due maschi, piazzandosi trentunesima. E aveva guadagnato più di tutti: 50 mila lire; un’enormità, per i tempi, una provvidenza, per chi era uscita da tanta fame. Con le 500 lire che un gruppo di tifosi le aveva recapitato all’Aquila, era andata alla posta per spedire due misteriosi vaglia. Solo assai dopo si seppe che erano indirizzati a un manicomio di Milano, dove da due anni era ricoverato il marito; e a un collegio di suore, dove lei pagava la retta per una bambina, figlia di una sorella emigrata in Francia: che tutti da allora le attribuirono. Per questo aveva voluto correre il Giro, confidò a un giornalista. «Ma che dovevo fare? La puttana?». Dopo quell’impresa, il suo nome corse il mondo. Fu invitata in tutti i velodromi; negli spettacoli di varietà; nei circhi, dove faceva numeri audacissimi, pedalando nel cerchio della morte. E poi, inevitabile, il silenzio. Lei andava in motocicletta ai raduni di partenza per le gare, trovando sempre meno amici. Tornò amareggiata, il 13 settembre 1959, dalla Tre Valli Varesine, perché non l’aveva riconosciuta nessuno. Aveva 68 anni, tentò vanamente di far ripartire la sua Guzzi, che si era fermata davanti a casa. Nello sforzo, il cuore cedette. Lasciò cadere la moto e vi si accasciò. Morì com’era vissuta, su due ruote, sulla strada» (Giorgio Calcagno).