giorgio Calcagno, "La Stampa" 25/2/2004, pagina 25., 25 febbraio 2004
Alfonsina Morini nacque nel 1891 a Bologna. Seconda di dieci figli, i genitori poverissimi, crebbe in un casale chiamato Fossamarcia
Alfonsina Morini nacque nel 1891 a Bologna. Seconda di dieci figli, i genitori poverissimi, crebbe in un casale chiamato Fossamarcia. La sua prima bicicletta l’ebbe a sei anni: un medico la regalò al padre in cambio di due galline. A tredici anni correva, le gambe muscolose e il collo taurino, unica femmina in mezzo a un gruppo di maschi, e scandalizzava tutti indossando maglie aderenti e calzoncini che le scoprivano le gambe. In famiglia la consideravano «la matta» e i genitori continuarono a non approvare anche quando portò a casa il primo premio vinto in gara: un maiale vivo. A 16 anni fu in Russia al seguito di Carlo Messori, suo compagno di corse. Lì conquistò le simpatie dello zar Nicola II che le donò una medaglia. Nel 1911 stabilì a Moncalieri il primato dell’ora femminile (37,192 chilometri) che nessuno omologò. Aveva 32 anni ed era coniugata Strada quando nel 1924 partecipò al Giro d’Italia col numero 72: i promotori della manifestazione le permisero di correre nel tentativo di destare l’attenzione del pubblico, dal momento che i più grandi campioni del tempo (tra cui Girardengo e Brunero) avevano dato forfait. Per creare stupore rivelando solo all’ultimo la vera identità del ciclista numero 72, la "Gazzetta dello Sport" lo presentò come Alfonsin Strada, mentre altri quotidiani corressero quello che sembrò loro un refuso con Alfonsino. Alla partenza tutti pensarono che si sarebbe ritirata subito, ma la Morini continuò superando tappe di 400 chilometri e restando in sella anche per 21 ore consecutive. La sera in albergo aspettava che tutti gli uomini fossero a dormire per fare il bagno e cuciva da sola i pneumatici forati. Nella corsa cadde più volte e fece la seconda parte del Giro con un ginocchio gonfio. All’altezza di Perugia ruppe il manubrio che sostituì con un manico di scopa: arrivò oltre il tempo massimo, ma i giudici la riammisero in gara per l’eccezionalità dell’impresa. Sulla linea d’arrivo alla tappa di Bologna fu circondata da gruppi di giovani, che davano manate «un po’ dovunque» (li tenne a bada con un «ragazzi, toccatemi quel che volete, ma non la macchina»). Durante la gara abbandonarono in molti, al traguardo finale di Milano erano rimasti 33 ciclisti: la Morini aveva percorso 3.613 chilometri in dodici tappe e si piazzò trentunesima, a ventotto ore dal primo classificato (Giuseppe Enrici). Guadagnò però più di tutti: 50 mila lire. Spedì molti di quei soldi a un manicomio di Milano (dove anni dopo si seppe che era ricoverato il marito) e a un collegio di suore che educava una sua nipote. Proprio per soldi aveva voluto correre il Giro (a un cronista confessò: «Ma che dovevo fare? La puttana?»). Dopo d’allora diventò famosa, fu invitata in tutti i velodromi del mondo, negli spettacoli di varietà, nei circhi dove s’esibiva pedalando nel cerchio della morte. Comprò una motocicletta con cui andava ai raduni di partenza per le gare. Da uno di questi tornò amareggiata il 13 settembre 1959: nessuno l’aveva riconosciuta. Quel giorno, arrivata quasi a casa, la sua Guzzi si spense e non ne volle sapere di rimettersi in moto. Lo sforzo che fece nel tentativo di farla ripartire fu tale che il cuore cedette lasciandola senza vita sul ciglio della strada.