Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2004  febbraio 24 Martedì calendario

SELLERIO

SELLERIO Enzo Palermo 23 febbraio 1924. Fotografo. Editore. Per molti anni è stato assistente di Diritto costituzionale • «’Anche senza crederci molto: in Italia lo Stato di diritto è ancora quasi una finzione, soprattutto in Sicilia dove vigeva e vige la teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici, nata per legittimare il Concordato e adottata da queste parti per accettare la convivenza della legge dello Stato con quella della mafia”. Finché si rifugiò nella fotografia, tra una Rolleiflex e una Leica. ”Fui spinto da un amico di quei tempi, il pittore Bruno Caruso. Ho fotografato per circa 20 anni, dal 1952 all’inizio degli anni 70. Una rivista svizzera, di piccola tiratura ma di grande prestigio, nel 1961 mi aveva affidato un servizio fotografico su Palermo per un numero monografico che mi aprì le porte di alcune riviste importanti in Europa e in America. E anche le porte della tv tedesca alla quale collaborai, insieme con due fotografi famosi, per un film sulla Germania”. Poi approdò all’editoria. ”Neanche la fotografia mi diede molte soddisfazioni. Le riviste morivano o cambiavano, la televisione imperversava. Fu così che, incoraggiato da altri amici, Leonardo Sciascia e Aldo Scimè, sono passato a poco a poco all’editoria. Prima come curatore grafico di una collana dell’Assemblea regionale siciliana. Poi in proprio, fondando assieme a mia moglie Elvira l’editrice di cui curo ancora - anche se dall’83 la casa si è divisa in due sezioni separate - la grafica della quale non sono insoddisfatto”. Ha esercitato il mestiere con distacco. ”Unendo alla serietà il divertimento. Quando ho pubblicato un volume sulla Valle dei Templi di Agrigento finanziato dal Banco di Sicilia, l’ho portato al presidente insieme con una bilancia. Il volume pesava un chilo e 800 grammi. Era un gesto polemico riguardo a quegli editori voraci che davano l’assalto alle banche. Il Banco aveva pubblicato poco tempo prima un volume sulla Fondazione Mormino che pesava 5 chili e 800 grammi. Poteva bastare un volumetto di 200 pagine”. Poi ha fatto anche altri scherzi. ”Per esempio quando ho avuto la cura grafica di un catalogo sulla mostra di Guttuso del ”71. Tra le riproduzioni c’era Il ratto di Proserpina. Allora io ho fatto disegnare da un amico mio un rattone sul cornicione di Palagonia, l’ho inserito in una copia stampata in piena regola e ho portato all’artista il volume pronto. Quando Guttuso ha visto il topo è rimasto allibito: ”E questo che cos’è?’. Sudava, poverino. Ho pensato che gli venisse un infarto”. Ci sono stati editori che lei ha molto ammirato, che ha cercato in qualche modo di emulare? ”Per la verità no”. Qualcuno che ha invidiato? ”No, non ho invidiato nessuno, perché ognuno bene o male fa quello che può. Io ho apprezzato molto Adelphi, ma ha un’altra posizione”. E c’è stato qualche editore che ha ammirato davvero? ”Ero in buoni rapporti con Einaudi. Ecco, se c’è una persona da ammirare è lui”. L’editoria non le ha tolto le voglie di battaglie, di provocazioni? ”Quando tornò a galla, non ricordo l’anno, la faccenda di Ustica, io scrissi al comandante Nato di Napoli un telegramma: ”Dovendomi recare a Roma per un motivo di lavoro, la prego di assicurarmi la sicurezza del volo AZ... dall’esercitazione degli aerei posti sotto il suo comando’. Questa cosa fu riportata dai giornali”. Da chi ha ereditato questa ironia? ”L’ironia è dote di mia madre russa”. Com’era? ”Ah! Una donna straordinaria. Era molto intelligente, parlava quattro lingue, leggeva un sacco, era laureata in francese e poi era andata in Germania per perfezionare il tedesco. Lì aveva conosciuto mio padre che, laureato in fisica a Palermo, si laureava in ingegneria al Politecnico di Monaco e entrava alla Siemens di Berlino. Era molto spiritosa. Quando mi fermavo vicino alla finestra diceva: ”Togliti, non tutti i vuoti sono trasparenti’”. Lei ha avuto anche un’esperienza come giornalista? ”Io ho iniziato come giornalista, ho scritto alcuni reportage per ”Paese Sera’. Sono stato in Spagna: sei puntate vennero pubblicate su ”Paese Sera’, ”Milano’ Sera eccetera. Ho fatto un paio di servizi sul Festival di Edimburgo per il ”Nuovo Corriere’ di Firenze. Poi abbandonai. Non si comportarono molto bene con me, mi scocciai e me ne andai”. E oggi come vede l’uso della fotografia nel giornalismo? ”L’uso della fotografia non mi piace affatto. Innanzitutto perché in molti giornali le fotografie non sono accreditate, questo mi pare scandaloso. In fondo la fotografia firmata qualifica il giornale. Poi perché non trovo francamente che se ne faccia un uso molto selettivo” [...]» (Alberto Sinigaglia, ”La Stampa” 24/2/2004).