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 2004  febbraio 24 Martedì calendario

KACZYNSKI Theodore J

KACZYNSKI Theodore J. Chicago (Stati Uniti) 22 maggio 1942. Eco terrorista detto ”Unabomber”. Dal 1978 al giorno della cattura (3 aprile 1996) ha compiuto sedici attentati dinamitardi, uccidendo 3 persone e ferendone e mutilandone altre 23. Sempre identica la tecnica, un pacco bomba, e gli obiettivi: scienziati ricercatori, informatici, alti funzionari legati dal lavoro nel campo delle nuove tecnologie e dall’indifferenza per i problemi ecologici. Famiglia di immigrati polacchi, a sei anni manifesta già un’intelligenza fuori dal comune. A 16, dopo il diploma, è ad Harvard. A 20 si laurea. A 25 il dottorato in Matematica alla University of Michigan a Ann Arbor. La sua tesi è premiata con un riconoscimento nazionale. Nel 1967, ottiene un prestigioso incarico alla University of California a Berkeley, nel dipartimento di Scienze matematiche, il miglior istituto del Paese. Ma dopo due anni, con una lettera di appena tre righe, rassegna le dimissioni e si ritira a vivere in un capanno tra i boschi del Montana, senz’acqua nè elettricità. E qui che, secondo l’Fbi, nasce l’Unabomber. «Negli Stati Uniti molti ricordano ancora bene la sua storia. Ma ricordano ancora meglio il nome e il viso di David Kaczynski, che ebbe il coraggio di denunciare all’Fbi che l’ ”Unabomber” era suo fratello. [...] David era molto legato a Theodore (Ted). ”Per me era il fratello buono e forte che mi tirava fuori dai guai, come quella volta che rimasi chiuso fuori di casa perché ero troppo basso per girare la maniglia della porta. Ted non solo accorse alle mie grida d’aiuto ma inventò un ingegnoso sistema di fili che mi permetteva di aprire agevolmente la porta e andare a giocare in cortile tutte le volte che volevo”. Quando Ted cominciò a manifestare evidenti problemi mentali, e si allontanò completamente dalla famiglia, ”io nostra madre Wanda ne soffrimmo molto, ma non avevamo alcuna idea della tragedia che avrebbe cambiato le nostre vite”. Fu Linda, la moglie di David, a intuire la verità sull’’Unabomber”. All’epoca, gli inizi degli anni ’90, l’’Unabomber” aveva già ucciso e ferito. Era il ricercato numero uno negli Stati Uniti. ”Unabomber” è l’acronimo inventato dall’Fbi con le sigle dei suoi obbiettivi preferiti: professori universitari che insegnano materie tecnologiche (University) e compagnie aeree (Airlines). Una sera, profondamente scossa, Linda chiese a David se avesse mai preso in considerazione l’idea che l’’Unabomber” fosse suo fratello. All’inizio David si rifutò di crederlo. Sapeva dell’ossessione di Ted contro la tecnologia, ma ricordava il fratello come un uomo buono, amante della natura, mai violento, mai aggressivo. Nonostante questo, accettò il consiglio di Linda e insieme cominciarono a leggere riga per riga le lettere che Ted aveva scritto loro negli ultimi anni e le confrontarono con il documento che l’’Unabomber” aveva fatto pubblicare, sotto minaccia di nuovi atti terroristici, sul sito del ”Washington Post”, un testo di delirante lucidità, simile, nel linguaggio e nello stile del ragionamento, ai comunicati delle Brigate Rosse, anche se motivato da un’ideologia del tutto diversa. ”Cominciammo a leggere tutto quello che potevamo trovare sull’’Unabomber’, analizzammo le lettere e i documenti riga per riga, parola per parola; parlavamo solo di quello, la sera a casa e nel letto. Né io né mia moglie riuscivamo a dormire. Il pensiero che mio fratello fosse un assassino era per me e per lei troppo devastante”. Dopo mesi di ricerche arrivano alla conclusione che le parole dell’’Unabomber” sono molto simili a quelle che Ted usa nelle sue lettere: ”Una notte ebbi un incubo terribile che aveva mio fratello come protagonista. Al mattino capii però che non era un incubo, ma la mia consapevolezza che Ted poteva essere l’’Unabomber’”. Tacere o rivelare tutto all’Fbi? Tacere significava diventare responsabili di altre morti di altre sofferenze inflitte a persone innocenti; denunciare voleva dire mandare mio fratello davanti ad un tribunale che lo avrebbe condannato a morte. Linda insegna etica all’Union College, nello Stato di New York; David è un assistente sociale. ”Ogni giorno devo rispondere alle domande dei ragazzi che mi chiedono come si deve agire in questa o quella circostanza della vita. Quando mi confidano dei segreti ponendo come condizione che io non dica niente a nessuno rispondo sempre che se quello che mi dicono deve essere riferito alle autorità non posso promettere il silenzio”. Alle loro domande la mia risposta è sempre ”you must do the right thing”: devi fare ciò che è giusto fare, non ciò che è più conveniente o più facile. Per David Kaczynski ”fare la cosa giusta” è dovere di ogni essere umano. Non possiamo scegliere i problemi che la vita ci impone di affrontare, ma possiamo scegliere come rispondere, e la sola risposta è fare quello ”che la coscienza ci impone”. Nella decisione David e Linda devono prendere su Ted è in gioco tutta la loro storia, tutta la loro personalità morale. David a telefonare all’Fbi. ”All’inizio non ci presero sul serio. Ci dissero che ricevevano ogni giorno migliaia di telefonate di persone che sostenevano di sapere chi era l’’Unabomber’”. Inizia così per lui e per Linda una lunga odissea: viaggi a Washington, estenuanti riunioni con agenti dell’Fbi che vogliono prima di tutto accertarsi se David è attendibile, se non ha nascosti motivi, se le sue intuizioni sono solide. David mette a disposizione degli agenti tutto ciò che riguarda Ted. L’Fbi ha fretta, ha impegnato più di mille agenti nella caccia all’’Unabomber”. Vuole arrivare alla conclusione. Chiedono a David di poter interrogare sua madre Wanda per avere ulteriori informazioni su Ted. David cerca di dire alla madre la terribile verità, o meglio il sospetto, con tutte le possibili cautele. ”Mia madre mi ascoltò senza parlare, seduta sulla poltroncina del salotto con gli occhi che esprimevano terrore. Quando terminai il racconto si avvicinò a me e alzò le braccia per riuscire ad abbracciarmi: ’figlio mio che terribile pena hai dovuto portare dentro di te’”. In quel momento, racconta David, sentii che un peso enorme scivolava via dalle mie spalle. Quante madri avrebbero agito nello stesso modo? Anche la madre aiuta l’Fbi, ma vorrebbe che gli agenti capissero che stanno dando loro tutte le informazioni che hanno perché ritengono che sia loro dovere farlo, ma che vogliono bene a Ted. Chiedono di non rivelare in nessun modo a Ted che sono stati loro, in particolare suo fratello David, a metterli sulla strada giusta. ”Posi l’anonimato come unica condizione”, spiega David, ”per proteggere me stesso e la mia famiglia, e perché se l’Fbi avesse davvero catturato mio fratello grazie alle mie informazioni volevo essere io a dirglielo, e a spiegargli la ragione della mia azione”. La sera stessa della cattura dell’’Unabomber” in una capanna isolata del Montana tutti i telegiornali danno la notizia che la cattura è stata possibile grazie alle rivelazioni del fratello David Kaczynski. Come nei peggiori film, arrivano le telefonate delle televisioni. Le telecamere si piazzano davanti alla casa di David e Linda e davanti alla casa della madre. Alcuni famigliari delle vittime vogliono incontrare lui e la madre. Qualche volta la volontà di perdonare aiuta a superare l’abisso del dolore; altre volte il dolore dei parenti delle vittime si traforma in un silenzio impenetrabile. Una delle vittime, ferito in modo non grave, è diventato il mio migliore amico, racconta David, ”il mio nuovo fratello. Per me è un aiuto enorme”. Per David, sua madre e Linda si tratta ora di salvare Ted dalla pena di morte. Ted soffre di evidenti scompensi psichici. Per legge non può essere messo a morte. David ritiene che sia sbagliato condannare Ted a morte anche perché una simile decisione scoraggerebbe altri, in futuro, a fare quello che lui ha fatto. Lo Stato dovrebbe essere umano con chi ha fatto la cosa giusta affinché altri seguano l’esempio. Il Pubblico Ministero chiede invece la pena di morte. La giuria decide per il carcere a vita, grazie alla difesa di due ottimi avvocati. A molti altri, nelle medesime condizioni, non sarebbe andata così. ”La storia di mio fratello mi ha insegnato che in America la pena di morte dipende dalla possibilità che l’imputato ha di avere o meno buoni avvocati. Non è giusto. Anche per questo sono diventato un militante contro la pena di morte”. Forse, anche grazie al suo impegno si arriverà in America al ”moratorium”: sospendere le esecuzioni capitali fin quando non sia provato che il sistema giudiziario è davvero in grado di giudicare tutti, poveri e ricchi, bianchi e neri, con lo stesso metro. di ieri (20 febbraio) la notizia che la Suprema Corte d’Appello dello Stato del New Jersey, in risposta alla petizione del Comitato per il Moratorium, ha sospeso tutte le le pene capitali perché «irragionevoli e arbitrarie”. L’’Unabomber” vive in un carcere di massima sicurezza in Colorado. Non ha mai risposto alle lettere di sua madre e di suo fratello» (Maurizio Viroli, ”La Stampa” 23/2/2004).