Giuseppe Pontiggia, Il Sole-24 Ore, 05/09/1999, 5 settembre 1999
Nell’appartamento letargico dove sono rimasto solo io, ho come collaboratrice domestica una eritrea simpatica e volonterosa e con forte propensione al lavoro: non tanto per vocazione calvinista, quanto perché ad Asmara ha acquistato una villetta e deve finire di pagarla
Nell’appartamento letargico dove sono rimasto solo io, ho come collaboratrice domestica una eritrea simpatica e volonterosa e con forte propensione al lavoro: non tanto per vocazione calvinista, quanto perché ad Asmara ha acquistato una villetta e deve finire di pagarla. Ho acconsentito perciò che d’estate faccia il doppio di ore che d’inverno, anche se il lavoro è dimezzato. I problemi sono nati dopo. Terminato il lavoro normale (è velocissima), deve inventarne altri per giustificare la permanenza. L’aspirapolvere è in funzione dilagante, anche se non so più che cosa possa aspirare. Ogni capo di abbigliamento in circolazione sparisce appena viene carpito dalle sue mani. La vedo stirare inesplicabilmente tutti i giorni. Ho il sospetto che stiri ogni volta gli stessi fazzoletti. Un mezzogiorno che mi ha sentito arrivare in cucina, si è precipitata sul ferro con una foga disperata, come fosse un pallone che stava per varcare la linea. Si è creata una situazione strana. Io provo per lei una solidarietà retrospettiva. Ricordo quando, molto giovane, lavoravo in una banca e prolungavo alla sera con i miei colleghi, nel chiarore ovattato dell’ufficio, le ore cosiddette di straordinari (pagate il doppio). Fingevamo infatti di cercare – per chiudere il bilancio della giornata - l’errore contabile che avevamo escogitato noi. Oggi non si quadra più alla lira, perché si è scoperto che la spesa è superiore al guadagno. La precisione costa, nello stile come in banca; e se nel primo caso la qualità premia, nel secondo si è finito per preferire l’approssimazione. Allora comunque il rigore era un valore apprezzato, soprattutto dagli impiegati. Il vigile approssimarsi del capo ufficio era segnalato da uno di noi con un colpo di tosse e tutti ci immergevamo accigliati nella spunta. Ora il colpo di tosse lo do io, per avvertirla del mio arrivo e non sorprenderla, come è già accaduto una volta, addormentata in una poltrona, stremata dalla fatica non di lavorare, ma di fingere di farlo. Io ero ritornato subito sui miei passi, per fingere di non averla sorpresa, ma lei era balzata in piedi con un soprassalto di angoscia. Un pomeriggio ho provato a dirle, con noncuranza, di andare pure a casa, appena finito il lavoro, e di non badare agli orari. L’aveva però accolta come una offesa. Ho capito che la finzione del lavoro è diventata per lei un diritto acquisito [...] La casa silenziosa si riempie di sorprendenti rumori. Non sono mai stato così fragoroso nell’aprire le porte, né lei così sollecita nel chiuderle. Come accade ai dilettanti, la menzogna si tradisce da sé, grazie al culto letale della esagerazione . Miglioreremo. Tutti e due abbiamo interesse a farlo. [...].