Adelaide Robert-Geraudel e Giusy Cinardi - Macchina del Tempo Maggio 2002, 20 aprile 2002
La parola mimetismo fa subito venire in mente il camaleonte, capace di cambiar colore a seconda dell’ambiente per confondersi con la vegetazione e mettersi al riparo da qualsiasi pericolo
La parola mimetismo fa subito venire in mente il camaleonte, capace di cambiar colore a seconda dell’ambiente per confondersi con la vegetazione e mettersi al riparo da qualsiasi pericolo. Il camaleonte (dal greco chamailéon, ”leone nano”), possiede alcune cellule, i cromatofori, in grado di variare la distribuzione dei pigmenti sulla pelle. Gli occhi dell’animale percepiscono i colori circostanti, inviano le informazioni al cervello, che a sua volta comanda ai cromatofori di adeguare le tinte al paesaggio. La cosa curiosa è che vengono analizzati tutti gli aspetti dell’ambiente, anche la temperatura e il grado di luminosità. Alcuni studiosi hanno inoltre notato che durante la stagione degli accoppiamenti i maschi si dipingono di colori più accesi, probabilmente per sedurre le femmine della specie e lanciare agli altri pretendenti il segnale di stare alla larga. Dopo un combattimento, il maschio sconfitto si allontana tutto mogio e vestito di colori meno brillanti. Il geco, invece, non solo prende il colore delle rocce su cui si poggia, ma per raggiungere un livello di mimetizzazione più perfetto possibile arriva ad assottigliarsi per ridurre la propria ombra. Mentre la ranocchia Paradoxophyla palmata ha rughe della pelle che riproducono persino i bozzi e le sporgenze dei sassi su cui vive. Viene da chiedersi quanto ci sia di consapevole in questi comportamenti. Il professor Danilo Mainardi, etologo, sostiene di non conoscere nessun esemplare «che sia conscio del proprio potere mimetico. Il comportamento è innato, previsto dal patrimonio genetico, al massimo acquisito copiando gli atteggiamenti di esemplari adulti».